Demolizione tramezzi: effetti sul solaio e verifiche preliminari | Articoli


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Una parete non portante può entrare in contatto con il solaio e trasmettere accidentalmente azioni verticali. La sua demolizione può modificare tale interazione, ma l’eventuale movimento dell’impalcato deve essere verificato. Attraverso un caso in un edificio con solai in laterocemento, si approfondisce il ruolo della sequenza costruttiva, del gioco sommitale e delle deformazioni, distinguendolo dagli effetti delle vibrazioni. 


Tramezzi non portanti: quando possono interagire con il solaio

Una parete divisoria può essere priva di funzione portante e trovarsi, nel corso della vita dell’edificio, coinvolta nella trasmissione di azioni verticali. Ciò può accadere quando il movimento relativo tra solaio e partizione esaurisce lo spazio disponibile alla sommità della parete e attiva un contatto.

Il tavolato non diventa, per questo, un sostegno progettato. Può però assumere un ruolo meccanico accidentale, diverso dalla funzione distributiva per cui era stato realizzato. Le indicazioni tecniche per le partizioni non portanti richiedono infatti di considerare la deformazione del solaio soprastante, evitando che la parete venga involontariamente caricata.

Prima di demolirlo, la domanda non è dunque soltanto: «questa parete è portante?». Occorre domandarsi anche: «questa parete sta interagendo con il solaio?».

Il problema riguarda la compatibilità tra elementi con funzioni e comportamenti differenti: da una parte l’impalcato, che si deforma per effetto dei carichi e dei fenomeni dipendenti dal tempo; dall’altra il tavolato, la cui sommità può trovarsi a contatto con l’intradosso del solaio.

Negli edifici esistenti, i dettagli originari non sono sempre documentati o direttamente ispezionabili. La lettura della configurazione attuale deve quindi essere accompagnata, per quanto possibile, dalla ricostruzione della storia costruttiva.

Il caso qui discusso non documenta una variazione di freccia misurata dopo la rimozione dei tavolati, né dimostra che le partizioni avessero assunto una funzione di sostegno. Offre tuttavia l’occasione per esaminare criticamente il possibile rapporto tra sequenza costruttiva, deformazione del solaio e presenza delle pareti sottostanti.

Fessure dopo la ristrutturazione: il caso e gli accertamenti

La vicenda riguarda un edificio residenziale realizzato tra il 1968 e il 1970, con struttura a telaio in calcestruzzo armato e solai in laterocemento.

Quando un appartamento al secondo piano fu interessato da opere di ristrutturazione comprendenti demolizioni e ricostruzioni di partizioni interne nelle unità immobiliari soprastanti venne lamentata la comparsa di fessure, ritenute conseguenti alle lavorazioni eseguite nell’appartamento sottostante. Fu inoltre segnalata una lesione su una parete di separazione con un’unità confinante.

L’indagine peritale si sviluppò attraverso l’esame delle pratiche edilizie, il rilievo delle manifestazioni e l’esecuzione di tre sondaggi locali sulle pareti interessate.

Le fessure presentavano ampiezze massime rilevate pari a 1 mm. I sondaggi evidenziarono il coinvolgimento del paramento murario, realizzato in gasbeton, oltre alla finitura. Nei primi due saggi la profondità risultava rispettivamente pari a circa 1 cm e 1,5 cm dal filo della parete; nel terzo non fu possibile rilevarla, poiché lo spessimetro non entrava nella fessura.

Questi risultati documentavano la consistenza locale delle lesioni. Non consentivano invece di affermare che esse attraversassero l’intero spessore delle pareti, né identificavano da soli il meccanismo responsabile.

Restava quindi da valutare il rapporto causale tra le manifestazioni osservate e le lavorazioni eseguite al piano inferiore. Accertare un danno, individuarne un possibile meccanismo e dimostrarne l’origine sono passaggi differenti.

Sovrapposizione delle planimetrie: cosa dimostra e cosa non dimostra

Per comprendere i rapporti spaziali tra le opere eseguite e le manifestazioni riscontrate, furono sovrapposte la planimetria delle unità soprastanti e la tavola delle demolizioni e costruzioni dell’appartamento inferiore.

Il confronto evidenziò che alcune fessure ricadevano in corrispondenza di zone interessate dalle lavorazioni. Altre erano invece prossime al giunto strutturale dell’edificio o a canalizzazioni impiantistiche sotto traccia. La relazione distinse pertanto diversi gruppi di lesioni, senza ricondurre l’intero quadro fessurativo a un’unica origine.

La sovrapposizione delle planimetrie è un passaggio utile della diagnosi perché permette di individuare corrispondenze, riconoscere ricorrenze e orientare gli approfondimenti.

Non costituisce, tuttavia, una prova autonoma del nesso causale. La corrispondenza tra una parete demolita al piano inferiore e una fessura al piano superiore deve essere accompagnata da una spiegazione meccanica coerente, dalla verifica delle condizioni reali dell’edificio e dalla valutazione delle possibili cause alternative.

La posizione di una lesione può suggerire una relazione con le lavorazioni, ma non stabilisce, da sola, se il danno sia stato provocato dalle vibrazioni, da una variazione delle condizioni di contatto o da altri fenomeni.

La sequenza costruttiva può condizionare il contatto

Tra le ipotesi considerate nella perizia vi era quella relativa alla successione delle lavorazioni originarie.

La relazione ipotizzava che i tavolati del piano inferiore fossero stati costruiti prima dell’applicazione di parte dei carichi permanenti del piano superiore, quali massetti, pavimenti e impianti. In questa configurazione, le successive deformazioni del solaio avrebbero potuto incontrare l’interferenza delle partizioni già presenti.

La sequenza ipotizzata può essere descritta attraverso quattro passaggi:

  1. viene realizzato il solaio;
  2. vengono costruiti i tavolati del piano sottostante;
  3. vengono applicati ulteriori carichi al piano superiore;
  4. il solaio si deforma e può entrare in contatto con la sommità dei tavolati.

La successione temporale delle lavorazioni non è secondaria. Il comportamento deformativo di un impalcato in calcestruzzo armato dipende anche dalla storia di applicazione dei carichi, dall’età del calcestruzzo al caricamento, dalla fessurazione e dagli effetti differiti.

Una deformazione sviluppatasi prima della costruzione della parete non coinvolge il tavolato ancora assente. Un ulteriore movimento successivo alla sua realizzazione può invece modificare le condizioni di contatto.

Per ricostruire questa eventualità occorrerebbe conoscere non soltanto l’ordine generale delle lavorazioni, ma anche le fasi di caricamento, le deformazioni già sviluppate e il dettaglio sommitale della partizione.

Nel caso esaminato, la sequenza originaria era ipotizzata e non documentata. Non può quindi essere assunta come una circostanza accertata dell’edificio.

Ritiro della malta e gioco sommitale: perché il distacco non è un giunto

Il rapporto tra solaio e tavolato dipende anche dalla maturazione dei materiali e dalle modalità di chiusura della parete.

Il ritiro della malta di allettamento e dell’eventuale materiale utilizzato alla sommità può contribuire a contrazioni, fessurazioni o distacchi locali. Il suo esito dipende dalle caratteristiche del materiale e dalle condizioni di vincolo e adesione: non è corretto dedurne automaticamente un abbassamento uniforme del tavolato.

Può quindi rendersi disponibile un piccolo gioco tra la sommità della parete e l’intradosso del solaio. Se effettivamente presente, tale spazio consente un certo movimento relativo prima dell’attivazione del contatto.

Non si tratta però di un giunto progettato. Un distacco accidentale non garantisce uno spazio continuo, di ampiezza nota e sufficiente ad assorbire le deformazioni attese.

I dettagli delle partizioni non portanti devono affrontare il problema in modo controllato, consentendo il movimento dell’impalcato senza trasferimenti indesiderati di carico. Devono inoltre mantenere le ulteriori prestazioni richieste alla parete, comprese quelle acustiche e, quando applicabili, quelle di resistenza al fuoco.

Il ritiro delle malte è dunque un possibile fattore di modifica del contatto, non una garanzia di separazione.

Possibile evoluzione del contatto solaio–tavolato Schema in tre fasi: gioco iniziale, avvicinamento relativo e attivazione del contatto con possibile trasferimento di una reazione di compressione.
Figura 1- Possibile evoluzione del contatto solaio–tavolato Schema in tre fasi: gioco iniziale, avvicinamento relativo e attivazione del contatto con possibile trasferimento di una reazione di compressione. (Immagine generata con chatgpt – GM.Gioia)

Esaurimento del gioco e trasferimento accidentale di compressione

Finché l’avvicinamento relativo tra solaio e parete rimane inferiore allo spazio disponibile, il solaio può deformarsi senza trasferire direttamente una compressione alla sommità del tavolato.

Quando il gioco viene esaurito, può instaurarsi il contatto. Un ulteriore avvicinamento può generare una reazione di compressione sulla parete, coinvolgendola nella trasmissione di azioni verticali pur in assenza di una funzione portante prevista. È la condizione che i dettagli di separazione sommitale mirano a evitare.

Si può descrivere questo passaggio affermando che il solaio “si adagia” sul tavolato. L’espressione indica l’attivazione del contatto, ma non implica la formazione di un appoggio uniforme, continuo ed efficace.

Irregolarità geometriche, materiali interposti e condizioni di vincolo possono determinare un contatto localizzato o discontinuo. La reazione può concentrarsi in alcune zone, senza che il comportamento sia assimilabile a quello di un sostegno strutturale progettato.

In questo senso il tavolato può essere definito “impropriamente portante”: non cambia la funzione assegnatagli dal progetto, ma può assumere un ruolo meccanico ulteriore.

Ciò non dimostra che possieda capacità resistente, stabilità e dettagli adeguati alle azioni ricevute. Le deformazioni degli impalcati possono infatti indurre tensioni e fessurazioni nelle partizioni non portanti.

È quindi preferibile non parlare genericamente di un solaio “troppo elastico”. Il fenomeno da esaminare è l’avvicinamento relativo tra impalcato e partizione rispetto allo spazio effettivamente disponibile.

Anche un movimento contenuto può attivare il contatto quando il gioco iniziale è minimo. Viceversa, una deformazione maggiore può non caricare la parete se la separazione è adeguata.

Occorre inoltre considerare entrambi gli impalcati: quello soprastante e quello sul quale poggia il tavolato. La deformazione del supporto inferiore può modificare l’appoggio e la distribuzione delle tensioni nella parete.

Demolizione dei tramezzi: cosa cambia se esiste un contrasto accidentale

Se una partizione esercitava effettivamente una reazione sul solaio, la sua demolizione modifica le condizioni meccaniche del sistema.

La rimozione non elimina soltanto un elemento distributivo: elimina anche un possibile contrasto accidentale. Il solaio può quindi assumere una configurazione deformativa differente.

L’entità della variazione dipende dalla rigidezza dell’impalcato, dall’estensione del contatto, dalla reazione mobilitata e dalle altre condizioni di vincolo. La demolizione non comporta necessariamente un incremento apprezzabile della freccia: occorre verificare quale contributo fornisse realmente la parete.

La relazione peritale prospettava che la rimozione dell’interferenza dei tavolati avrebbe potuto consentire al solaio di assumere una freccia maggiore e generare microfessurazioni nelle partizioni del piano superiore. La stessa relazione, tuttavia, reputava trascurabili gli eventuali effetti residui di deformazione viscosa, in ragione dell’età dell’edificio.

I due passaggi devono essere letti insieme, senza trasformare l’ipotesi iniziale in una conclusione.

Le valutazioni di esercizio dei solai considerano anche gli incrementi di deformazione capaci di danneggiare partizioni e altri elementi collegati all’impalcato.

Possibile modifica della configurazione dopo la rimozione del tavolato - Confronto qualitativo tra una configurazione nella quale la partizione esercita una reazione sul solaio e quella successiva alla demolizione.
Figura 2 — Possibile modifica della configurazione dopo la rimozione del tavolato – Confronto qualitativo tra una configurazione nella quale la partizione esercita una reazione sul solaio e quella successiva alla demolizione. (Immagine generata con chatgpt – GM.Gioia)

Le figure 1 e 2 sono schemi concettuali, con deformazioni enfatizzate per chiarezza. Non rappresentano condizioni accertate, misure strumentali o risultati di calcolo relativi al caso.

Risposta immediata e deformazioni differite: due fenomeni da distinguere

Per discutere il meccanismo in termini generali, occorre distinguere due problemi:

  • la prosecuzione delle deformazioni dipendenti dal tempo sotto condizioni di carico e vincolo sostanzialmente invariate;
  • la risposta della struttura a una modifica delle condizioni meccaniche, qualora venga eliminata un’interazione presente.

La viscosità del calcestruzzo contribuisce alla deformazione nel tempo sotto carico; il ritiro e gli altri fenomeni differiti concorrono al comportamento complessivo. La loro valutazione richiede di considerare la storia dei carichi, l’età del materiale al caricamento e le condizioni ambientali.

Diverso è il problema della rimozione di un contrasto. Se il tavolato esercitava una reazione, la demolizione può modificare la risposta del sistema anche senza un incremento dei carichi permanenti.

L’età dell’edificio è pertanto un dato rilevante per gli effetti differiti, ma non sostituisce la ricostruzione di ciò che cambia al momento dell’intervento.

Prima di quantificare un eventuale contributo viscoso occorre verificare se la demolizione abbia modificato il comportamento meccanico dell’impalcato. Solo successivamente è possibile distinguere la risposta immediata dalla possibile evoluzione nel tempo.

I limiti dell’accertamento: il movimento non è stato misurato

La relazione precisa che la struttura portante non fu ispezionata e che il collegio peritale non ritenne necessario eseguire prove di carico. Non riporta misure della freccia precedenti e successive alle demolizioni.

Mancava inoltre un rilievo ante operam delle unità interessate dal danno: il cosiddetto “momento zero”, necessario per confrontare le condizioni iniziali con quelle osservate dopo i lavori. La perizia sottolinea questo limite nella valutazione dell’insorgenza o dell’aggravamento delle fessure.

I sondaggi avevano accertato la consistenza locale delle lesioni, non il movimento del solaio. La sovrapposizione delle planimetrie aveva individuato corrispondenze spaziali, senza quantificare un trasferimento di carico. La sequenza costruttiva era stata prospettata, non documentata.

La presenza di una fessura è un fatto osservato; la sua compatibilità con un meccanismo è un’interpretazione; l’attribuzione causale richiede la valutazione congiunta delle evidenze e delle possibili spiegazioni alternative.

Nel caso esaminato, gli accertamenti disponibili non consentivano di verificare direttamente una variazione della freccia conseguente alla rimozione delle partizioni.

Vibrazioni da demolizione: un’ipotesi distinta dal movimento del solaio

Nelle conclusioni, la perizia attribuiva rilievo a una possibile origine vibratoria di parte delle lesioni, connessa alla demolizione dei tavolati, all’esecuzione di tracce e all’apertura di bucature. Veniva considerata la trasmissione delle vibrazioni attraverso la struttura condominiale.

La relazione richiamava, come possibili condizioni esecutive sfavorevoli, demolizioni non controllate, caduta di grosse porzioni di muratura, rapidità delle lavorazioni e impiego di martelli demolitori di elevata potenza. Tali condizioni erano prospettate come spiegazioni possibili, non documentate attraverso registrazioni del cantiere.

L’interpretazione vibratoria si fondava sulla ricostruzione delle lavorazioni e sulla posizione di alcune manifestazioni, con le cautele conseguenti alla mancanza dello stato iniziale e di misurazioni delle vibrazioni.

L’azione dinamica delle demolizioni e la modifica dell’interazione solaio–tavolato sono meccanismi differenti. Possono essere entrambi considerati nella diagnosi, ma richiedono verifiche specifiche: il fatto che siano associati allo stesso intervento non li rende equivalenti.

Prima di demolire un tramezzo: documentazione e verifiche mirate

Il caso suggerisce un percorso diagnostico da adattare alla struttura, alla configurazione delle partizioni e agli indizi disponibili.

Prima dell’intervento, l’obiettivo è costruire uno stato di riferimento e individuare gli eventuali elementi che richiedono approfondimento:

  • documentare i locali interessati e, quando accessibili, quelli soprastanti;
  • localizzare e fotografare le lesioni esistenti;
  • ricostruire la tipologia dell’impalcato e la disposizione delle partizioni;
  • esaminare, ove possibile, le chiusure sommitali e i rapporti di contatto;
  • consultare la documentazione delle fasi costruttive e delle modifiche successive.

Queste attività rispondono precisamente alle lacune conoscitive evidenziate nel caso: assenza dello stato iniziale e mancata verifica diretta dell’interazione ipotizzata.

Quando emergono indizi concreti di un possibile coinvolgimento meccanico dei tavolati, la scelta degli approfondimenti deve essere orientata al fenomeno da verificare. Misure deformative, indagini locali o ulteriori accertamenti hanno significato se rispondono a una domanda definita.

Durante e dopo l’intervento, il confronto con lo stato iniziale e la documentazione delle modalità di demolizione aiutano a distinguere la possibile azione dinamica dalla modifica delle condizioni di contatto.

L’obiettivo non è moltiplicare indiscriminatamente le prove, ma riconoscere le situazioni nelle quali la conoscenza del comportamento preesistente è necessaria per orientare le decisioni tecniche.

Pareti non portanti e solai: distinguere funzione, interazione e causa del danno

La vicenda non dimostra che la rimozione dei tavolati abbia provocato un abbassamento del solaio. Mostra però perché la diagnosi non possa esaurirsi nella classificazione della parete come “non portante”.

Il punto è comprendere se, prima dell’intervento, fosse presente un’interazione e quale ruolo essa avesse assunto. Un eventuale gioco iniziale può essere esaurito dai movimenti relativi degli impalcati; il contatto può allora coinvolgere la partizione nella trasmissione di azioni verticali. La sua rimozione può modificare le condizioni meccaniche soltanto se tale contributo era effettivamente presente.

Nel caso esaminato, la perizia attribuiva rilievo alla possibile azione vibratoria delle lavorazioni per una parte delle lesioni, mentre l’interazione solaio–tavolato rimaneva un’ipotesi non verificata direttamente.

La lezione professionale è distinguere la funzione prevista dell’elemento, il comportamento che può avere assunto e ciò che gli accertamenti consentono realmente di ricostruire. È in questo passaggio che una descrizione plausibile diventa — oppure non diventa — una diagnosi sostenuta dalle evidenze.


FAQ TECNICHE: demolizione tramezzi, effetti sul solaio e verifiche preliminari

Una parete non portante può trasmettere carichi al solaio o riceverne?

La classificazione “non portante” descrive la funzione prevista della parete.
Se il movimento relativo esaurisce lo spazio alla sua sommità, può instaurarsi un contatto con il solaio soprastante e svilupparsi una reazione di compressione.
Questo coinvolgimento accidentale non rende il tramezzo un sostegno progettato, né ne dimostra l’adeguatezza a ricevere quelle azioni.

In quali ristrutturazioni occorre approfondire l’interazione tra solaio e tramezzi?

Il tema riguarda gli interventi che rimuovono partizioni potenzialmente a contatto con l’intradosso dell’impalcato.
L’approfondimento va orientato dalla tipologia del solaio, dalla disposizione delle pareti, dai dettagli sommitali e dagli indizi di deformazione o danneggiamento.
Nel caso esaminato il contesto è un edificio del 1968–1970 con telaio in c.a. e solai in laterocemento: non costituisce una condizione automaticamente estendibile a tutti gli edifici analoghi.

Quali riferimenti normativi aiutano a valutare deformazioni e vibrazioni?

Per le strutture in calcestruzzo, la UNI EN 1992-1-1:2024 costituisce un riferimento tecnico per il comportamento e le verifiche di esercizio.
Per la misura e la valutazione degli effetti delle vibrazioni sugli edifici è pertinente la UNI 9916:2014.
L’impiego dei riferimenti deve essere coordinato con il quadro normativo applicabile all’intervento; nessuna norma sostituisce la ricostruzione delle condizioni effettive. UNI Ente Italiano di Normazione

Qual è il vantaggio di documentare i locali prima delle demolizioni?

Il rilievo ante operam costruisce uno stato di riferimento per riconoscere lesioni preesistenti ed eventuali variazioni successive.
Fotografie localizzate, mappatura delle fessure e descrizione delle condizioni iniziali rendono più solido il confronto.
La documentazione aiuta la diagnosi e la gestione delle contestazioni, ma non dimostra da sola l’origine di un danno comparso dopo i lavori.

Che cosa verificare prima di definire le modalità di demolizione?

Occorre ricostruire la tipologia dell’impalcato, la distribuzione delle partizioni e, dove accessibili, le condizioni di contatto alla sommità.
Vanno inoltre considerate le lavorazioni previste e la possibile trasmissione di vibrazioni.
Se emergono indizi di un’interazione meccanica, il tecnico deve individuare gli approfondimenti necessari prima di definire la sequenza esecutiva.

Quali controlli possono distinguere un movimento del solaio dall’evoluzione delle fessure?

Il monitoraggio delle fessure descrive l’evoluzione locale delle lesioni; le misure deformative dell’impalcato rispondono a una domanda differente.
Per confrontare le condizioni prima e dopo l’intervento servono riferimenti e modalità di misura coerenti.
Nel caso descritto mancano misure della freccia ante e post demolizione: non è quindi possibile affermare che sia stato accertato un abbassamento del solaio.

Quali errori evitare nell’attribuire le fessure alle demolizioni?

Non basta che una lesione sia stata osservata dopo i lavori o corrisponda geometricamente a una parete demolita.
Occorre valutare lo stato iniziale, la compatibilità meccanica e le possibili cause alternative, comprese discontinuità e tracce impiantistiche.
È inoltre scorretto assimilare gli effetti delle vibrazioni alla rimozione di un contrasto: sono meccanismi distinti, che richiedono evidenze specifiche.