Venturino Ventura – Archweb

La storia dell’architettura non è fatta soltanto di opere e autori, ma anche di esclusioni, silenzi e dimenticanze. Venturino Ventura sembra appartenere a quella schiera di architetti la cui presenza nella città è inversamente proporzionale allo spazio loro riservato nella letteratura specialistica. Non si tratta di un intruso, tantomeno di un equivoco. Le sue architetture sono identità precise, visibili, eppure raramente riconosciute nel racconto consolidato del Novecento italiano.

Nel 1956, due sue costruzioni romane trovano spazio nel numero 10 de L’architettura. Cronache e storia, pubblicato nell’agosto di quell’anno sotto la direzione di Bruno Zevi. A presentarle è Orseolo Torossi, che riconosce nelle palazzine di via Montanelli un esempio di equilibrio tra le pressioni della speculazione edilizia e la qualità dell’architettura. È una delle prime testimonianze su questi edifici e, forse, una delle rare occasioni in cui il lavoro di Ventura raggiunge il pubblico della stampa specializzata.

Torossi descrive le palazzine, ne percorre idealmente gli ambienti, osserva le superfici, i materiali e i rapporti volumetrici. Il suo è soprattutto un tentativo di restituire al lettore l’immagine degli edifici, più che di indagarne a fondo il processo progettuale. Un’osservazione significativa riguarda lo spazio compreso tra i due corpi di fabbrica, che non si trasforma in un cortile nonostante la profondità del lotto e le esigenze di sfruttamento edilizio.

Torossi considera questa soluzione una prova della sensibilità dell’architetto. Ma ciò che appare come un’intuizione compositiva potrebbe essere letto anche come la conseguenza di una precisa scelta distributiva. L’organizzazione dei due corpi, il rapporto con il giardino e la disposizione degli ambienti determinano una configurazione che ne esclude necessariamente altre. Una questione che meriterebbe un’indagine più approfondita.

A settant’anni di distanza, il problema non riguarda più soltanto le due palazzine. Quanto è stato scritto sull’architettura di Ventura? E soprattutto, quanto spazio gli viene riservato nella manualistica sulla quale si formano gli studenti? La fortuna critica di un architetto dipende anche da questi meccanismi di filtraggio e trasmissione del sapere. Alcuni nomi si consolidano attraverso una continua ripetizione, mentre altri, pur avendo costruito opere di indubbio interesse, rimangono ai margini della narrazione.

Venturino Ventura è un eclettico. Attraversa linguaggi differenti, raccoglie frammenti della modernità e li ricompone in organismi architettonici che sembrano sottrarsi a ogni classificazione immediata. Alcuni suoi edifici assumono quasi il carattere di monumenti, costruiti attraverso collisioni di volumi, superfici, materiali e geometrie. Sono architetture che non chiedono necessariamente di essere comprese per essere osservate. Non occorre possedere l’occhio allenato del saper vedere per avvertirne la presenza.

Più che dimenticato, Ventura sembra trovarsi in una condizione di letargo critico. I suoi edifici non sono scomparsi, né hanno perduto la capacità di interrogare chi li osserva. È piuttosto lo sguardo rivolto a queste architetture che sembra essersi assopito. Forse i dormienti siamo noi, incapaci di riconoscere l’importanza di ciò che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi.

In questa prospettiva assume particolare valore la recente e felice pubblicazione di Benedetta Tamburini, Venturino Ventura. Tre declinazioni del linguaggio architettonico romano (2025). Un contributo necessario, che torna a interrogare l’opera dell’architetto, ne ricostruisce il quadro documentario e propone nuove chiavi di lettura. È uno spiraglio, la dimostrazione che la ricerca può e deve rimettere in discussione gerarchie consolidate. È proprio attraverso questa capacità di sollecitare nuove letture che l’opera di Ventura, al pari di altre, racconterà l’attualità del Novecento.


Con queste due costruzioni, la speculazione edilizia fa capolino in una delle rare zone di verde rimaste nella città di Roma, nel quartiere « liberty » dei Prati di Castello, sulle sponde del Tevere. Ma, pur essendo frutto di un compromesso, la loro realizzazione segna un punto in favore dell’architetto che è riuscito a creare un complesso edilizio inserito naturalmente nell’ambiente. Non architettura di eccezione, ma un buon esempio di coerenza formale, di misura e di sensibilità per una situazione urbanistica ben configurata. Le richieste del cliente si riducevano, come quasi sempre accade, ad una sola: massimo sfruttamento. Ed è logico: quando il costo del terreno incide in maniera cosi assurdamente rilevante, non si può essere generosi; è già molto che l’architetto abbia imposto il salvataggio dei bellissimi alberi, tra cui una magnolia veramente spettacolare, del preesistente giardino. Questa è una ragione della divisione dell’area in due lotti, con fabbricati di proporzioni e volume leggermente diversi, separati funzionalmente, ma unitari. Il punto pericoloso di una soluzione del genere è dato dallo spazio tra i due corpi di fabbrica che si sviluppano in profondità e rischiano di formare un cortile. Si può affermare che, in questo caso, senza camuffamenti e senza strafare, l’ostacolo è stato brillantemente superato: le scale svetrate, le fasce sporgenti dalle cappe dei camini, i due comignoli in alto, le piccole finestre in legno naturale conferiscono alle due superfici convergenti un valore tutt’altro che casuale, il cui basso tono serve a mettere in rilievo il fronte sulla strada.

Il funzionamento dei vari appartamenti è chiaramente espresso dalle piante i cui aspetti più pregevoli sono: gli spazi interni abbondanti, l’ottimo isolamento tra servizi e pranzo, gli stenditoi ben mimetizzati in facciata, i collegamenti interni per mezzo di ascensori padronali e di servizio che scendono fino al seminterrato dove si trovano i garages. Parte del seminterrato è stata adattata a magazzino e uffici di una libreria aperta, con amplissime vetrate, verso il retrostante giardino.

I soggiorni grandissimi e articolati sono orientati a nord, sulla via Montanelli larga e alberata. Con le loro vetrate panoramiche e le alte finestre sui fianchi che permettono un’insolazione supplementare, essi determinano il prospetto principale. Il movimento delle superfici assottigliate dai grandi cristalli e le generose verande stabiliscono una comunicazione tra interno ed esterno che, senza dubbio, costituisce il dato positivo di questa architettura. I vari piani sono scanditi da fasce orizzontali bianche, quasi brise-soleil, che si risolvono in semplicissime ringhierine di ferro e nei portafiori. Il legante che unisce tutti gli elementi del prospetto e ne arricchisce le superfici è la dogatura in pitch-pine lasciato a fibra naturale e difeso da uno speciale preparato alla nitrocellulosa che ne arricchisce il tono. Il legno attutisce gli scarti tra i volumi, valorizza i cristalli e, rivestendo anche il soffitto delle verande coperte, accentua i rapporti di profondità. Si distinguono nettamente dagli altri piani gli attici sia per la soluzione volumetrica allungata con il tetto a mansarda, sia per il grande trave a sbalzo. Il rosso della copertura in eternit e le grandi finestre fisse in cui il vetro segue e illumina la struttura chiudono compiutamente gli edifici.

Venturino Ventura è nato a Firenze nel 1910 e si è laureato a Roma nel 1937. È stato assistente alla cattedra di Architettura degli interni. Ha partecipato a parecchi concorsi: Torre della Triennale a Napoli (1° premio, cfr. « L’architettura» N. 4 p. 537); Piazzale dell’EUR (1° premio ex-aequo); Teatro Regio di Torino (1° premio ex-aequo). Della sua intensa attività professionale ricordiamo: Colonie montane in Bolzano; Ville e scuole in Abruzzo; Piano regolatore di Ortona; Piani di ricostruzione di Tollo e Giuliano Teatino; Centro Traumatologico dell’INAIL a Roma (in coll.); Centro di Servizio per la Cassa del Mezzogiorno a Crotone; Edifici Ina-casa a Perugia, Chieti e altre località: Palazzine ad Alessio (in costruz.); Case per la Cooperativa delle Banche Popolari a Roma (in costruz.).

Orseolo Torossi, presentazione delle due palazzine di Venturino Ventura in via Montanelli a Roma, in L’architettura. Cronache e storia, anno II, n. 10, agosto 1956, pp. 250–253. Rivista diretta da Bruno Zevi.