Calcestruzzo, durabilità e clima: il documentario di John Wilson | Articoli


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Il documentario The History of Concrete di John Wilson racconta le contraddizioni di un materiale indispensabile, ma responsabile di importanti impatti ambientali. Dalle infrastrutture degradate alle emissioni di CO₂, emerge una questione centrale per l’ingegneria: la durabilità delle costruzioni. Attraverso le ricerche di Liberato Ferrara e gli approfondimenti di INGENIO, l’articolo analizza il rapporto tra mix design prestazionale, autoriparazione delle fessure, cambiamento climatico e sostenibilità. Perché ridurre le emissioni non basta: occorre progettare opere capaci di durare nel tempo.


Il materiale che ha costruito il mondo moderno è diventato anche una delle sue grandi contraddizioni

Esiste un materiale che accompagna quasi ogni momento della nostra vita. È sotto le strade che percorriamo, nelle fondamenta degli edifici in cui abitiamo, nelle dighe che trattengono l’acqua, nei ponti che attraversiamo e nelle infrastrutture che alimentano le nostre città.

È il calcestruzzo.

Un materiale che ha reso possibile buona parte dello sviluppo infrastrutturale contemporaneo, ma che oggi si trova al centro di un confronto sempre più complesso sulla sostenibilità ambientale delle costruzioni.

La produzione mondiale di calcestruzzo si misura in miliardi di metri cubi all’anno. La sua filiera richiede enormi quantità di materie prime, acqua ed energia, mentre la produzione del cemento, e in particolare del clinker, rappresenta una delle principali fonti industriali di emissioni di anidride carbonica.

Ma mentre l’industria concentra giustamente molte risorse sulla decarbonizzazione, esiste un’altra questione che merita particolare attenzione: quanto durano realmente le opere che realizziamo?

Una domanda tutt’altro che secondaria, perché ogni intervento di manutenzione straordinaria, ogni demolizione e ogni ricostruzione comportano nuovi consumi di materiali, energia e risorse economiche.

A sollevare il problema, questa volta, non è un congresso di ingegneria strutturale, ma un documentario cinematografico.


The History of Concrete: quando le crepe raccontano la nostra società

Il 19 ottobre 2026, la giornalista Sachi Kitajima Mulkey ha pubblicato sulla testata ambientalista statunitense Grist l’articolo The world is crumbling in “The History of Concrete”, dedicato al nuovo documentario del regista John Wilson.

L’articolo racconta un’opera cinematografica piuttosto singolare: una riflessione sulla società contemporanea attraverso uno dei materiali più comuni e apparentemente meno interessanti della nostra vita quotidiana (il link a fine articolo).

Wilson, conosciuto per la serie televisiva How To with John Wilson, costruisce il racconto partendo da un’esperienza personale.

Il seminterrato del suo edificio, nel Queens a New York, si allaga periodicamente. Il regista prova a risolvere il problema utilizzando una miscela di calcestruzzo acquistata in negozio, ma le infiltrazioni continuano.

Da questa esperienza nasce un’indagine sulle condizioni delle infrastrutture urbane, sulle crepe che attraversano gli edifici e sulle contraddizioni di una società che dipende completamente dal calcestruzzo, pur dovendo affrontare le conseguenze ambientali della sua produzione.

Come osserva la giornalista, il documentario porta alla luce anche: “an environmental catastrophe hiding in plain sight” (una catastrofe ambientale nascosta sotto gli occhi di tutti).

Il film non è, propriamente, un documentario tecnico o un’inchiesta scientifica sul calcestruzzo. Attraverso immagini quotidiane, situazioni paradossali e incontri inattesi, Wilson utilizza il materiale come filo conduttore per raccontare il rapporto tra società, infrastrutture e ambiente.

Ma proprio questa prospettiva offre uno spunto particolarmente interessante per chi si occupa di costruzioni.

Perché le crepe non sono soltanto un elemento visivo del paesaggio urbano. Possono diventare il segnale di problemi che interessano la progettazione, l’esecuzione, la manutenzione e la gestione del patrimonio costruito. 

CHi è del settore si chiederà “Serviva questo giornalista americano per scoprire che le crepe sono segnali di degrado ?”. Evidentemente sì, perchè purtroppo ancora oggi si progetta e costruisce senza porsi il problema della durabilità.


Quanto deve durare un’opera in calcestruzzo?

C’è chi dice in eterno. Ma non è così.

Nel documentario viene intervistato Sam Schwartz, ex responsabile dei trasporti di New York, che descrive le condizioni di alcune infrastrutture cittadine.

Tra gli esempi citati figura la Brooklyn Promenade, parte superiore di un complesso sistema viario multilivello, interessata nel tempo da numerosi interventi di riparazione.

Il racconto introduce una questione fondamentale: l’invecchiamento delle infrastrutture e la crescente necessità di interventi manutentivi.

Dal punto di vista ingegneristico, tuttavia, occorre distinguere tra vita nominale di progetto, vita utile effettiva e durabilità del materiale.

Non esiste una durata universale delle opere in calcestruzzo fissata a 40, 50 o 100 anni. La vita nominale è un parametro assunto nella progettazione, mentre la durata effettiva dipende da numerosi fattori: condizioni ambientali, qualità dei materiali, dettagli costruttivi, modalità esecutive, intensità delle azioni e strategie manutentive.

Anche il degrado non può essere attribuito genericamente al calcestruzzo.

Nelle strutture armate, per esempio, la corrosione delle armature può dipendere dalla carbonatazione, dalla penetrazione dei cloruri e dalle condizioni di esposizione. La fessurazione può essere associata a fenomeni deformativi, termici, meccanici o di degrado.

Per questa ragione una crepa, da sola, non permette di stabilire il livello di sicurezza di una struttura. È necessario comprenderne origine, evoluzione e conseguenze.

Su INGENIO, il tema è stato affrontato in numerosi approfondimenti dedicati alla durabilità del calcestruzzo e alle strategie progettuali per migliorarne le prestazioni.

Nel mio articolo Il mix design dei calcestruzzi durabili, per esempio, viene evidenziato come la corretta proporzione dei componenti sia una condizione fondamentale, ma non sufficiente, per garantire la vita utile delle strutture. Il comportamento del materiale dipende anche dalla qualità della messa in opera, dalla stagionatura, dal copriferro e dalla corretta progettazione dei dettagli costruttivi.

Analogamente, l’approfondimento Durabilità del calcestruzzo: come progettare strutture che resistono nel tempo, che riprende il contributo tecnico di Alessandro Morbi, affronta il rapporto tra microstruttura, porosità, trasporto degli agenti aggressivi e comportamento del conglomerato nelle diverse condizioni ambientali.

La questione è particolarmente rilevante nell’attuale evoluzione normativa, che tende ad affiancare ai tradizionali criteri compositivi strumenti di valutazione delle prestazioni di durabilità.

La durabilità non rappresenta quindi una proprietà accessoria del calcestruzzo, ma una prestazione dell’opera da progettare, realizzare, controllare e mantenere nel tempo.

Dalle fessure all’autoriparazione: le ricerche di Liberato Ferrara sulla durabilità del calcestruzzo

Le fessure e le infiltrazioni che John Wilson racconta nel suo documentario richiamano uno dei problemi più importanti dell’ingegneria delle costruzioni: la capacità del calcestruzzo di conservare nel tempo le proprie prestazioni anche quando è esposto all’azione dell’acqua e degli agenti aggressivi.

Il problema non riguarda esclusivamente la comparsa delle fessure, ma le conseguenze che queste possono determinare sui fenomeni di trasporto all’interno della matrice cementizia, favorendo, in determinate condizioni, la penetrazione di sostanze potenzialmente dannose per la durabilità delle strutture armate.

Su questi temi il professor Liberato Ferrara, ordinario di Tecnica delle Costruzioni al Politecnico di Milano, ha sviluppato negli anni un’importante attività di ricerca, approfondita in numerosi contributi pubblicati su INGENIO.

Già nell’articolo Additivi “cristallizzanti” nel calcestruzzo, scritto con Enricomaria Gastaldo Brac, Ferrara affrontava il ruolo di queste tecnologie nel miglioramento dell’impermeabilità e nella capacità di autoriparazione delle microfessure.

Il principio consiste nell’attivazione, in presenza di acqua, di processi chimici che favoriscono la formazione di prodotti capaci di ridurre la continuità della rete porosa e contribuire alla chiusura delle discontinuità presenti nel materiale.

Non si tratta di eliminare qualsiasi possibilità di degrado, ma di intervenire su alcuni dei meccanismi che ne governano l’evoluzione.

Il tema è stato successivamente approfondito nell’articolo Impermeabilizzazione del calcestruzzo integro e fessurato mediante additivi cristallizzanti, attraverso verifiche sperimentali finalizzate a valutare il comportamento del materiale in presenza di acqua in pressione, sia su campioni integri sia su campioni preventivamente fessurati.

Questi studi introducono una prospettiva particolarmente interessante: la durabilità non deve essere considerata soltanto come la capacità iniziale del materiale di opporsi alla penetrazione degli agenti aggressivi, ma può essere migliorata anche attraverso tecnologie capaci di favorire il recupero di determinate prestazioni durante la vita di servizio.

La questione è stata ulteriormente sviluppata nell’ambito del progetto europeo ReSHEALience, coordinato da Ferrara, dedicato ai calcestruzzi ad altissima durabilità, denominati UHDC (Ultra High Durability Concrete).

Nell’approfondimento Ultra High Performance Concrete e Ultra High Durability Concrete, pubblicato su INGENIO, il ricercatore presenta un approccio nel quale la durabilità diventa parte integrante della progettazione strutturale.

La ricerca non si limita alla formulazione di materiali caratterizzati da elevate prestazioni meccaniche, ma considera le condizioni ambientali di esercizio, i meccanismi di degrado, il comportamento del materiale fessurato e le possibilità di recupero delle prestazioni attraverso fenomeni di autoriparazione.

Tra gli esempi illustrati figurano applicazioni sperimentali in ambienti particolarmente aggressivi, come impianti geotermici e infrastrutture marittime.

L’aspetto più significativo è il passaggio da una logica prevalentemente prescrittiva a una concezione prestazionale della durabilità, nella quale composizione del materiale, caratteristiche strutturali e condizioni ambientali vengono valutate congiuntamente.

Naturalmente, occorre distinguere tra la chiusura delle fessure e il recupero delle prestazioni strutturali: la riduzione della permeabilità non implica automaticamente il ripristino della capacità portante originaria.

Ma la prospettiva aperta da queste ricerche è importante.

La sfida dell’ingegneria non è realizzare un calcestruzzo che non si fessuri mai, ma progettare strutture nelle quali l’eventuale fessurazione sia adeguatamente controllata e non comprometta le prestazioni richieste durante la vita di servizio.


Il cambiamento climatico modifica le condizioni di esercizio delle infrastrutture

Il documentario affronta anche un altro problema: il rapporto tra cambiamento climatico e ambiente costruito.

Gli episodi di precipitazione intensa, le inondazioni, l’innalzamento del livello del mare e le temperature elevate possono modificare le condizioni di esposizione e le sollecitazioni sulle infrastrutture.

Per le strutture in calcestruzzo, questo significa dover considerare scenari ambientali che possono risultare differenti da quelli assunti originariamente nella progettazione.

La questione è particolarmente rilevante per ponti, opere marittime, infrastrutture idrauliche, sistemi fognari e costruzioni situate in ambienti fortemente aggressivi.

Occorre però evitare una generalizzazione: l’effetto del cambiamento climatico sulla durabilità dipende dal singolo meccanismo di degrado, dalle condizioni locali e dalle caratteristiche dell’opera.

Una maggiore temperatura, per esempio, può accelerare determinati processi chimici e fisici, ma le conseguenze effettive dipendono anche dall’umidità, dall’accessibilità dell’acqua e dalle caratteristiche dei materiali.

L’aumento della frequenza o dell’intensità di determinati eventi meteorologici può inoltre rendere più gravose le condizioni di esercizio di infrastrutture progettate in epoche nelle quali tali scenari non erano stati considerati.

Il cambiamento climatico introduce quindi un ulteriore livello di complessità nella progettazione della durabilità.

Non basta costruire opere capaci di resistere alle condizioni ambientali attuali. Occorre valutare, per quanto possibile, anche l’evoluzione delle condizioni di esposizione durante la loro vita utile.

Questa prospettiva richiede modelli previsionali, monitoraggio, manutenzione programmata e una maggiore integrazione tra ingegneria dei materiali, progettazione strutturale e gestione delle infrastrutture.

👉 La sostenibilità del calcestruzzo non dipende soltanto dalle emissioni iniziali, ma anche dalla capacità dell’opera di conservare le prestazioni nel tempo.

Il paradosso ambientale: il calcestruzzo è indispensabile, ma consuma enormi risorse

A un certo punto del documentario, un imprenditore sintetizza efficacemente la dipendenza della società dal materiale:

“We’d be up a creek without concrete.”
(Senza calcestruzzo saremmo in seria difficoltà.)

La considerazione introduce un problema che spesso viene trascurato nelle discussioni sulla decarbonizzazione: la necessità di garantire infrastrutture, abitazioni e servizi a una popolazione mondiale che continua ad avere un enorme fabbisogno di costruzioni.

Non si tratta quindi semplicemente di ridurre la produzione del materiale, ma di migliorare l’efficienza complessiva del sistema.

Un primo tema riguarda il consumo di materie prime.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, l’utilizzo globale di sabbia e ghiaia raggiunge circa 50 miliardi di tonnellate all’anno, considerando tutti gli impieghi e non soltanto la produzione di calcestruzzo.

L’estrazione di questi materiali comporta pressioni ambientali che interessano ecosistemi, corsi d’acqua e zone costiere.

Un secondo tema riguarda il riciclo.

Wilson visita un impianto di recupero del calcestruzzo proveniente dalle demolizioni, evidenziando le opportunità offerte dall’economia circolare ma anche gli impatti locali che possono derivare da una gestione non adeguata delle lavorazioni. L’impianto raccontato nel documentario è stato infatti oggetto di contestazioni per le emissioni di polveri e ha cessato l’attività nel 2025.

Il caso mostra come la sostenibilità non possa essere valutata esclusivamente attraverso la riduzione dei rifiuti conferiti in discarica.

Devono essere considerati anche gli impatti ambientali delle operazioni di trattamento, la qualità dei materiali recuperati e l’effettivo beneficio ottenuto rispetto all’impiego di risorse vergini.

Ma esiste un altro aspetto, forse ancora più importante per il settore delle costruzioni.

La strategia più efficace per ridurre il consumo di risorse non consiste necessariamente nel riciclare più materiale, ma anche nel prolungare la vita utile delle opere, evitando demolizioni e ricostruzioni premature.

Naturalmente, questo principio deve essere valutato caso per caso, considerando sicurezza, funzionalità, costi di manutenzione e prestazioni ambientali delle possibili alternative.


Non basta produrre calcestruzzo con meno CO₂: bisogna progettare opere migliori

Negli ultimi anni una parte importante del dibattito sul calcestruzzo sostenibile si è concentrata sulla riduzione del contenuto di clinker, sull’impiego di leganti alternativi e sulla progressiva decarbonizzazione dei processi produttivi.

Si tratta di obiettivi fondamentali, ma non sufficienti.

Un calcestruzzo caratterizzato da emissioni iniziali inferiori non determina automaticamente un’opera più sostenibile.

Occorre considerare le prestazioni meccaniche, la durabilità, la quantità di materiale necessaria, le condizioni di esercizio e gli interventi richiesti durante il ciclo di vita.

È una questione che ho affrontato su INGENIO nell’articolo Il calcestruzzo e il colesterolo: perché contano le prestazioni e non i dosaggi, utilizzando un paragone apparentemente lontano dall’ingegneria: quello del gelato alla crema. Quando si acquista un gelato, osservavo, normalmente non si chiede al gelataio di utilizzare una determinata quantità di latte, panna, zucchero e uova. Si chiede un gelato buono, capace di soddisfare determinate aspettative.

In altri termini, si richiede una prestazione, non una ricetta.

Il ragionamento diventa particolarmente interessante quando viene applicato al mix design del calcestruzzo. Per molto tempo, infatti, una parte significativa delle prescrizioni tecniche è stata formulata indicando il contenuto minimo di cemento, il rapporto acqua/cemento massimo e altri vincoli compositivi. Questi parametri hanno rappresentato e continuano a rappresentare strumenti importanti per garantire determinate caratteristiche del materiale. Ma non esauriscono il problema della prestazione.

La domanda fondamentale non dovrebbe essere soltanto quanto cemento sia presente in un metro cubo di calcestruzzo, bensì quale comportamento quel materiale sia in grado di garantire nelle specifiche condizioni di impiego.

Quale resistenza meccanica? Quale capacità di ostacolare la penetrazione dei cloruri? Quale comportamento nei confronti della carbonatazione? Quale durabilità in un determinato ambiente? Quale impatto ambientale per garantire le prestazioni richieste?

La metafora del gelato consente anche di comprendere un secondo aspetto.

Grazie all’evoluzione delle conoscenze e delle tecnologie alimentari, è possibile modificare una ricetta per ottenere un gelato con caratteristiche nutrizionali differenti senza necessariamente comprometterne le qualità organolettiche.

Analogamente, l’innovazione nella tecnologia del calcestruzzo dovrebbe consentire di ridurre progressivamente l’impronta carbonica del materiale mantenendo, o migliorando, le prestazioni richieste.

Non significa che ogni riduzione del clinker produca automaticamente un calcestruzzo equivalente. Le modifiche alla composizione devono essere accompagnate da adeguate verifiche sperimentali, considerando anche lo sviluppo delle prestazioni nel tempo e la durabilità nei diversi ambienti di esposizione.

Significa invece che la sostenibilità deve entrare nella progettazione come un requisito prestazionale misurabile, non come un semplice vincolo sulla ricetta.

Un’impostazione che trova riscontro anche nell’evoluzione degli strumenti normativi italiani, come la UNI/PdR 176:2025, dedicata ai profili di sostenibilità del calcestruzzo preconfezionato, che mette in relazione il potenziale di riscaldamento globale del materiale con le prestazioni meccaniche.

Il punto centrale resta quello evidenziato nel mio articolo: il calcestruzzo non deve essere giudicato soltanto per ciò che contiene, ma per ciò che è in grado di garantire.

Dal controllo a 28 giorni alla verifica della vita utile

La riflessione sul mix design conduce a un ulteriore problema: come vengono effettivamente verificate le prestazioni del calcestruzzo? La resistenza a compressione a 28 giorni costituisce uno dei parametri fondamentali di qualificazione e controllo del conglomerato, ma non è sufficiente, da sola, a descriverne la durabilità.

Un calcestruzzo può raggiungere la resistenza richiesta e presentare comunque caratteristiche non adeguate rispetto a specifici meccanismi di degrado, soprattutto quando la progettazione o l’esecuzione non tengono sufficientemente conto dell’ambiente di esposizione.

Il tema è stato affrontato nell’intervista realizzata da Andrea Dari a Matteo Felitti, pubblicata su INGENIO con il titolo Dal “28 giorni” alla vita utile: così cambiano i controlli sul calcestruzzo.

L’approfondimento mette in evidenza la necessità di considerare, accanto alla resistenza meccanica, parametri e procedure di controllo capaci di fornire indicazioni sul comportamento del materiale nel tempo, sulla corretta maturazione e sulla qualità della messa in opera.

La questione è particolarmente importante nella transizione verso leganti a ridotta impronta carbonica, perché le modifiche compositive possono incidere sulle cinetiche di idratazione, sullo sviluppo delle resistenze e sulla sensibilità alle condizioni di maturazione.

L’obiettivo non è sostituire indiscriminatamente i controlli tradizionali, ma integrarli, quando necessario, con valutazioni coerenti con le prestazioni richieste e con i principali meccanismi di degrado attesi.

In definitiva, non basta sapere quanto è resistente un calcestruzzo dopo 28 giorni: occorre comprendere come potrà comportarsi durante i decenni successivi.


La durabilità come strumento di decarbonizzazione delle costruzioni

Una delle questioni più interessanti sollevate indirettamente dal documentario riguarda il rapporto tra durata delle opere e consumo complessivo di risorse.

Quando un’infrastruttura richiede frequenti interventi di ripristino, gli impatti ambientali non si limitano a quelli della sua costruzione iniziale.

Occorre considerare la produzione dei materiali impiegati nelle riparazioni, il trasporto, l’energia necessaria per l’esecuzione dei lavori, la gestione dei rifiuti e, nei casi più gravi, la demolizione e la ricostruzione anticipata.

Da questo punto di vista, la durabilità diventa una variabile essenziale della valutazione ambientale lungo il ciclo di vita.

Le ricerche di Liberato Ferrara sugli UHDC e sui fenomeni di autoriparazione delle fessure mostrano come l’innovazione tecnologica possa contribuire a ridurre alcuni dei meccanismi che determinano il degrado delle strutture.

Non si tratta soltanto di sviluppare materiali più resistenti o meno permeabili, ma di progettare soluzioni che mantengano le prestazioni richieste durante un periodo di esercizio più lungo.

Questo approccio dovrebbe trovare crescente applicazione anche nelle valutazioni LCA delle costruzioni.

Un’opera che richiede interventi frequenti di riparazione o una sostituzione anticipata può determinare un impatto ambientale complessivo superiore a quello di un’alternativa inizialmente più onerosa dal punto di vista delle emissioni, ma caratterizzata da una maggiore durata.

Naturalmente, tale confronto deve essere dimostrato attraverso una valutazione riferita alle medesime prestazioni e alla stessa unità funzionale, evitando confronti tra materiali o soluzioni non equivalenti.

La sostenibilità, infatti, non può essere misurata soltanto attraverso i chilogrammi di CO₂ equivalente associati a un metro cubo di calcestruzzo prodotto.

Deve essere considerata rispetto alla funzione svolta dal materiale, alle prestazioni richieste e alla durata effettiva della costruzione.

La questione assume una rilevanza particolare per le infrastrutture, dove la sostituzione di un’opera può comportare impatti economici e ambientali molto maggiori rispetto alla sola produzione dei materiali.

Prolungare la vita di servizio di una struttura, a parità di prestazioni garantite, può contribuire a ridurre il consumo complessivo di risorse e le emissioni associate a manutenzioni, sostituzioni e ricostruzioni.


La vera sostenibilità del costruire è anche una questione di responsabilità verso il futuro

Il documentario di John Wilson invita a osservare il calcestruzzo con occhi diversi. Non più soltanto come il materiale grigio che costituisce lo sfondo delle nostre città, ma come un elemento che racconta il rapporto tra progresso tecnologico, trasformazione urbana, consumo di risorse e responsabilità ambientale.

Le crepe, le infiltrazioni e gli interventi di riparazione che attraversano il racconto cinematografico sollevano una domanda fondamentale per l’ingegneria delle costruzioni: quale responsabilità abbiamo nei confronti della durata delle opere che realizziamo?

Negli ultimi anni la discussione sulla sostenibilità del calcestruzzo si è concentrata prevalentemente sulle emissioni della produzione cementizia. È un tema prioritario, ma non può diventare l’unico parametro con cui valutare il materiale.

Una progettazione più attenta alla durabilità, una migliore conoscenza dei meccanismi di degrado, l’evoluzione del mix design verso criteri prestazionali e l’introduzione di sistemi di controllo più efficaci possono contribuire a migliorare il comportamento delle costruzioni durante l’intero ciclo di vita.

La sfida consiste nel far convergere questi obiettivi.

Ridurre il contenuto di CO₂ incorporata nei materiali, utilizzare le risorse in modo più efficiente, garantire adeguate prestazioni meccaniche e funzionali e prolungare, quando tecnicamente ed economicamente giustificato, la vita utile delle opere.

In fondo, il messaggio che emerge dal confronto tra il documentario di Wilson e gli approfondimenti tecnici pubblicati su INGENIO è proprio questo.

La sostenibilità del calcestruzzo non si decide soltanto al momento della produzione. Si costruisce attraverso la progettazione, prende forma durante l’esecuzione e si misura negli anni, osservando come l’opera continua a svolgere la propria funzione.

Perché costruire in modo sostenibile non significa semplicemente costruire con meno emissioni.

Significa anche evitare di dover ricostruire troppo presto.


Fonti e approfondimenti

Fonte giornalistica originale

Sachi Kitajima Mulkey, The world is crumbling in “The History of Concrete”, Grist, 19 ottobre 2026.
https://grist.org/culture/john-wilson-history-of-concrete-climate/

Fonti istituzionali

UNEP, Sand and Sustainability: 10 Strategic Recommendations to Avert a Crisis, 2022.
https://www.unep.org/resources/report/sand-and-sustainability-10-strategic-recommendations-avert-crisis

Approfondimenti sulla durabilità del calcestruzzo – INGENIO

  1. Liberato Ferrara, Ultra High Performance Concrete e Ultra High Durability Concrete.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/ultra-high-performance-concrete-e-ultra-high-durability-concrete-liberato-ferrara/
  2. Liberato Ferrara ed Enricomaria Gastaldo Brac, Additivi “cristallizzanti” nel calcestruzzo.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/additivi-cristallizzanti-nel-calcestruzzo/
  3. Liberato Ferrara ed Enricomaria Gastaldo Brac, Impermeabilizzazione del calcestruzzo integro e fessurato mediante additivi cristallizzanti.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/impermeabilizzazione-del-calcestruzzo-integro-e-fessurato-mediante-additivi-cristallizzanti-2/
  4. Estefania Cuenca e Liberato Ferrara, Nanomateriali nel calcestruzzo: un passo avanti nel miglioramento della durabilità delle strutture.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/nanomateriali-nel-calcestruzzo-un-passo-avanti-nel-miglioramento-della-durabilita-delle-strutture-in-calcestruzzo/
  5. Liberato Ferrara, Valutazione della resistenza alla carbonatazione e alla penetrazione dei cloruri di calcestruzzi additivati con additivo cristallino. Documento tecnico, PDF.
    https://www.ingenio-web.it/files/valutazione-della-resistenza-alla-carbonatazione-e-alla-penetrazione-dei-cloruri-di-calcestruzzi-addittivati-con-additivo-cristallino-l-ferrara.pdf
  6. Federica Lollini, Corrosione da carbonatazione: fenomeno di degrado e prevenzione.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/corrosione-da-carbonatazione-fenomeno-di-degrado-e-prevenzione/
  7. Alessandro Morbi, Durabilità del calcestruzzo: come progettare strutture che resistono nel tempo.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/durabilita-del-calcestruzzo-come-progettare-strutture-che-resistono-nel-tempo/
  8. Il mix design dei calcestruzzi durabili. INGENIO.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/il-mix-design-dei-calcestruzzi-durabili/

Approfondimenti su mix design, prestazioni e sostenibilità – INGENIO

  1. Andrea Dari, Il calcestruzzo e il colesterolo: perché contano le prestazioni e non i dosaggi.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/il-calcestruzzo-e-il-colesterolo-considerazioni-brevi/
  2. Andrea Dari, Dal “28 giorni” alla vita utile: così cambiano i controlli sul calcestruzzo.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/dal-28-giorni-alla-vita-utile-cosi-cambiano-i-controlli-sul-calcestruzzo/
  3. Il calcestruzzo sostenibile non si “compone”, ma si progetta. INGENIO.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/il-calcestruzzo-sostenibile-non-si-compone-ma-si-progetta/
  4. Valutazione della sostenibilità, con il metodo LCA, di calcestruzzi preconfezionati. INGENIO.
    https://www.ingenio-web.it/articoli/valutazione-della-sostenibilita-con-il-metodo-lca-di-calcestruzzi-preconfezionati/