La casa più stretta (e surreale) del mondo

Provocazione? Voglia di stupire? Azzardo? Sono queste le domande che vengono in mente quando si osserva la Keret House, non un semplice appartamento ma il più stretto del mondo. Non avete letto male, questa casa è nata da un’idea ai limiti del possibile di un architetto polacco, Jakub Szczesny, il quale aveva pensato inizialmente a una installazione artistica. Invece la Keret House continua a fare bella mostra di sé in quel di Varsavia a 14 anni dal suo completamento.

Ci sono voluti tre anni di lavori non certo semplici, ma questa struttura è riuscita a far dialogare il passato con il presente della capitale polacca. Non a caso perché sorge tra due edifici di epoche completamente differenti. C’è un numero che descrive subito la straordinarietà della casa: il punto più largo misura appena 122 centimetri. Se state pensando a qualcosa di claustrofobico, però, vi sbagliate di grosso. La storia architettonica della Keret House, infatti, dimostra come non si sia lasciato veramente nulla al caso.

L’ubicazione della casa

Prima di tutto, occorre collocare in modo preciso la Keret House. Ci troviamo tra i palazzi che sorgono al civico 22 di Via Chlodna e il 74 di Via Zelazna. L’obiettivo è stato fin da subito quello di mettere in mostra il lato più affascinante di Varsavia. Si può dire che gli ideatori del progetto siano riusciti nel loro intento. Il lotto selezionato per edificare la casa misura 92 centimetri nel punto più stretto, mentre quello più largo arriva a 152 centimetri. Sono numeri che fanno capire come sia sembrato quasi impossibile realizzare uno spazio abitativo in un contesto del genere. Tra l’altro, il luogo in questione è simbolico come non mai. In effetti, dove oggi si può ammirare la Keret House, un tempo era il punto esatto in cui sorgeva il confine del ghetto della città, non lontano da dove il ghetto “piccolo” e quello “grande” entravano in collegamento.

È sempre qui che nel 1942 i tedeschi decisero di costruire una passerella in legno così da permettere agli ebrei di spostarsi tra i due quartieri senza utilizzare la strada sottostante, considerata “ariana”. Il nome scelto, invece, si spiega con quello del suo primo inquilino. Ad aprire per la prima volta questa porta fu infatti lo scrittore israeliano Etgar Keret, figlio di sopravvissuti polacchi all’Olocausto (viene anche considerato il fondatore della scuola letteraria nata nel suo paese nella seconda metà degli anni ’90). Proprio Keret descrisse la casa come una sorta di memoriale della sua famiglia, in cui la ristrettezza fisica andava di pari passo con quella storica. In poche parole, non una semplice abitazione ma una forma di ricordo fatto di mattoni.

Una geometria non convenzionale

In base a quanto approfondito a livello architettonico, la pianta della Keret House non è affatto un rettangolo. È più che altro un triangolo di forma allungata che tende a restringersi, per poi allargarsi in maniera progressiva da un’estremità all’altra. Szczęsny ha puntato proprio su questa geometria anziché discostarsene come altri colleghi gli consigliarono. In pratica, l’organizzazione delle stanze si basa allo scorrere delle giornate domestiche di una qualsiasi persona. Quindi l’ingresso e i servizi si trovano nell’estremità più stretta, mentre gli spazi per vivere e magari lavorare sono situati nell’estremità più ampia.

Questa casa, inoltre, si sviluppa in verticale, sfruttando i vari livelli sovrapposti. Il già citato ingresso ha luogo nella parte bassa, più precisamente a livello della strada e approfittando di un passaggio coperto tra i palazzi. Una volta entrati, si sale immediatamente. È presente una scala retrattile che porta al piano terra, occupato dalla cucina e da un piccolo bagno. Un’altra scaletta serve a raggiungere una piattaforma rialzata in cui sono presenti la zona notte e lo spazio per lavorare. Ogni arredo è fisso, integrato nella struttura: dopo aver chiuso la scala, questa diventa parte integrante della superficie abitabile, insomma qualsiasi dettaglio ha una sua funzionalità.

L’illuminazione

Come è facile intuire, nella Keret House non ci può essere spazio per i muri portanti e nemmeno per le colonne, senza dimenticare che non si è mai potuto fare affidamenti sugli edifici vicini per un sostegno o un “aggancio”. Ogni problema è stato risolto molto semplicemente, adottando un telaio in acciaio leggero. Si sta parlando di uno scheletro saldato che funge da struttura indipendente e che scarica i pesi sulle proprie fondamenta invece che appoggiarsi appunto ai palazzi storici circostanti. Quello delle finestre è un argomento a parte. Nella Keret House non potevano essere convenzionali in quanto rivolte verso murature piene su entrambi i lati, allora come si è provveduto in quanto a illuminazione naturale?

Szczęsny ha reso traslucide le due facciate usando un apposito rivestimento in policarbonato che ha garantito la giusta luce, anche se nella sua esiguità per via delle dimensioni complessive della casa. Ecco allora che, quando è giorno, gli interni catturano più luce possibile, mentre di notte l’abitazione risplende come se fosse una lanterna, per quanto sono state inserite anche delle piccole aperture fisse. Gli impianti della Keret House non potevano essere da meno. La minuscola casa di Varsavia non è collegata alla rete urbana seguendo le tradizionali modalità.

In pratica, l’energia elettrica si ottiene da una costruzione vicina, mentre per quel che riguarda la gestione dell’acqua e dei reflui, si sfrutta un sistema compatto e autonomo al posto del normale allaccio alla rete pubblica. Alcuni architetti l’hanno ribattezzata “casa parassita” per tutti questi motivi, anche se in realtà si tratta di una piccola realtà costruttiva che non infrange alcuna regola.

Vista longitudinale della Keret House, con la struttura metallica a vista, il collegamento tra i livelli e la botola di accesso .Scopri la nostra galleria fotografica del progetto ►

 

Una casa che non è una casa

E se vi dicessimo che la Keret House non può essere considerata un edificio secondo le normative edilizie della Polonia? Non è affatto un’esagerazione, ma quanto accade davvero. Le dimensioni così ridotte sono, come è facile intuire, più basse rispetto a quelle minime che sono state fissate per costruire una casa. Questo discorso vale per la lunghezza degli ambienti, ma anche per l’illuminazione, le vie di fuga e la ventilazione. La burocrazia avrebbe potuto impedire l’edificazione di questo palazzo così particolare, visto che non c’è quasi nulla per ottenere l’autorizzazione. La Keret House esiste soltanto grazie a quella che viene definita “finzione giuridica”. In pratica è stata autorizzata come installazione artistica e questo ha permesso alle autorità di sostenere un progetto che altrimenti non avrebbe alcun senso.

La città di Varsavia e la fondazione locale che si occupa dell’arte moderna (la Polish Modern Art Foundation) gestiscono la struttura come se fosse una residenza e un rifugio per gli scrittori in transito da queste parti, una riclassificazione alternativa che non rappresenta un espediente, bensì una parte integrante dell’opera architettonica. In effetti, come ci si è chiesti più volte tra esperti, l’interrogativo che pone la Keret House è sostanzialmente uno: le leggi includono il lessico necessario per descrivere i rifugi piccoli e magari improvvisati che la società moderna sembra sempre più richiedere? 

Condizioni di pressione

La Keret House è il classico esempio di realtà edilizie nate per soddisfare le “condizioni di pressione”. Con questo termine si identificano gli edifici che rispondono a situazioni di scarsità, di emergenza e di spostamento obbligato, in netto contrasto con l’abbondanza. È un progetto architettonico nato per comprendere quale sia il limite minimo necessario per vivere in una dimora. Per capire come l’architettura sia in grado di reagire quando non ci sono le risorse tradizionali. Ecco la Keret House non è altro che l’espressione più estrema di questa concezione architettonica. Non può essere considerato un modello abitativo vero e proprio, più che altro una provocazione ma non nel senso stretto del termine. La progettazione complessiva ha avuto un costo di 61mila dollari.

L’anno di completamento della Keret House viene individuata normalmente nel 2012, anche se la già citata Polish Modern Art Foundation ha preso in considerazione il progetto a partire dal lontano 1985. Nonostante se ne sia parlato anche quattro decenni fa, soltanto nel 2009 c’è stata la presentazione ufficiale da parte di Jakub Szczesny in occasione del festival WolaArt di Varsavia. Sono passati pochi anni dalla costruzione vera e propria, ma l’idea architettonica lasciata in eredità da questa abitazione polacca è ben precisa. Oggi è possibile visitarla senza problemi, tramite apposito biglietto d’ingresso, anche se è necessaria una prenotazione tramite posta elettronica per tempo. Inoltre, la Keret House viene inserita tra i luoghi da visitare in occasione delle giornate speciali di apertura.

Non mancano i dibattiti sulla valorizzazione che meriterebbe quella che è in fin dei conti una installazione artistica. Non a caso, le recensioni online relative alla visita dell’abitazione più stretta del mondo non sono affatto lusinghiere. Si passa da chi ha avuto l’opportunità di entrarci, trovandola poco pulita e in disordine fino a coloro che hanno rivelato come l’impressione complessiva non sia affatto positiva. C’è persino chi ha azzardato una suonata di campanello per comprendere se qualcuno fosse presente nelle varie stanze, senza ricevere però risposta. In estrema sintesi, chi affronta un viaggio a Varsavia e si imbatte in questo edificio, deve accontentarsi di ammirarlo soltanto dall’esterno.