Fin dai tempi dell’università, quando frequentavo il Politecnico di Milano alla fine degli anni ’70, mi domandavo che influenza avrebbe avuto il risultato del mio lavoro sul territorio e sulla società. Domanda lecita, ma non scontata, se si pensa che con il proprio modus operandi l’architetto, edificando una casa, in qualche modo concorre alla modifica dell’aspetto del territorio, influenzando al contempo il comportamento di chi lo vive e lo abita.
Quindi la domanda era: come posso definire l’architetto nel suo operare? La risposta me la sono data molti anni dopo, quando, dopo la laurea e alcuni corsi di ecologia in architettura, mi sono reso conto che l’Architetto è il professionista che ha la licenza di trasformare l’ambiente per l’uomo e, come trasformatore, è contemporaneamente creatore e distruttore.
Perché questa dicotomia? Perché per “costruire” una casa e dare alloggio ad un nucleo famigliare, si occupa una porzione di territorio “distruggendo” uno status consolidato nel tempo, per cui, ad esempio, il terreno su cui insisterà l’edificio perderà la propria fertilità e diventerà impermeabile. Inoltre, per “costruire” l’edificio occorreranno diversi materiali, che verranno ricavati “distruggendo” o modificando porzioni di territorio, anche distanti dal luogo dove verranno utilizzati.
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Progettare e costruire case green
Questo testo tecnico, aggiornato alla recente Direttiva EPBD (c.d. Case Green), fornisce informazioni su come si progetta e si costruisce una casa green, dalle fondazioni al tetto. L’opera è strutturata in capitoli, che fanno riferimento alle singole parti componenti costruttive dell’edificio, come le fondazioni, le pareti, il tetto, i solai, ecc.Gli elementi costruttivi e i materiali sono analizzati distinguendo le loro componenti bioedii e sostenibili, considerando che i due termini non sono sinonimi dello stesso concetto. Rappresenta il più recente e completo tentativo di sistematizzazione delle conoscenze, delle tecniche e dei materiali rappresentativi di un approccio “green” all’edilizia.Ma la bioedilizia non è semplicemente “l’arte del costruire secondo natura”. Come evidenzia l’Autore: La casa green, come ogni altra forma costruttiva, è basata su mediazioni, ovvero sull’accettazione anche di quei materiali e quelle tecnologie non propriamente derivati dalla natura, ma che costituiscono una conditio sine qua non, perché non hanno una valida alternativa “naturale” e quindi sono indispensabili al raggiungimento di uno scopo preciso.Operare green o in bioedilizia non vuol dire quindi rifiutare ed escludere a priori i materiali di sintesi, ad esempio, ma, al contrario, ottimizzarne l’uso.L’opera, quindi, per la sua completezza, il rigore scientifico e la trattazione mai astratta, guida il lettore in un appassionante percorso tecnico ed etico per imparare a progettare e costruire case sostenibili, green ed ecologiche.Roberto Sacchiarchitetto libero professionista, titolare dello studio Cultura&Ambiente, consulente CasaClima ed esperto in ecologia dell’architettura, con esperienza ultratrentennale nello studio dei materiali e degli isolanti in edilizia. Co-fondatore dell’INDEP (Istituto Nazionale di Diagnostica e Patologia Edilizia), dal 2005 svolge attività di docenza al Master Polis Maker del Politecnico di Milano.
Roberto Sacchi | Maggioli Editore 2024
Progettare significa anche valutare ciò che si distrugge
Dato che per “creare” occorre necessariamente “distruggere” o modificare qualcosa, è buona norma limitare i danni e scegliere con cautela le risorse che Madre Terra ci fornisce gratuitamente, per evitare di incidere indelebilmente sulle risorse disponibili e contribuire al dissesto ambientale, generando scarti ingestibili. Nell’analisi di un progetto, indipendentemente dalla scala a cui lo si colloca, o anche nella semplice formulazione di un’idea prima della sua realizzazione, è indispensabile ragionare non solo in termini di vantaggi, ma anche di impatti negativi e delle conseguenze che potranno sopravvenire.
È quindi necessario valutare, in via preliminare, i livelli di trasformazione e di distruzione che il progetto comporta, assumendoli come elementi reali e complessi, strettamente interconnessi tra loro. Occorre inoltre essere consapevoli che dalle decisioni progettuali dipende direttamente la qualità futura della vita sul pianeta.
Due esempi possono chiarire il valore etico delle scelte progettuali: l’utilizzo dei materiali di estrazione oppure l’adozione dei materiali rinnovabili.
L’impatto ambientale dei materiali di estrazione
Nel primo caso, scegliere materiali di estrazione significa impiegare risorse non rinnovabili prelevate dal suolo e dal sottosuolo, accettando la conseguente alterazione irreversibile del territorio e della sua orografia.
Questa condizione si verifica ogni volta che si realizza un edificio in cemento armato, metallo o laterizio, ma anche quando si utilizzano materiali comuni per gli intonaci o i rivestimenti interni ed esterni, come cemento, calce, gesso, sabbia, ghiaia, pietrisco, argilla, marmo, granito, così come ferro, rame, stagno, piombo, ma anche lana di roccia e fibra di vetro: sono tutti esempi di materiali che provengono dalle cave, che comportano un impoverimento permanente delle risorse naturali e una modifica definitiva del suolo.
Nel solo territorio italiano, fino al 2017, risultavano attive 4.752 cave di materiali diversi, quali sabbia, ghiaia, pietre ornamentali, mentre circa 14.000 erano dismesse e necessitavano di interventi di recupero ambientale, con riempimento degli scavi, opere di riforestazione o creazione di bacini d’acqua destinati a “occultare” i danni prodotti (fonte Legambiente).
Sebbene i materiali da cava siano tutt’ora fondamentali per l’edilizia tradizionale e largamente utilizzati, sono in pochi ad essere realmente consapevoli dei rischi ambientali e biologici legati alle attività estrattive. Tra questi si annoverano: la trasformazione permanente dell’orografia, il grave impatto sugli ecosistemi acquatici e sulle falde, i rischi sanitari per i lavoratori dovuti all’inalazione delle polveri, la dispersione di particolato fine, che compromette anche la fotosintesi clorofilliana, l’inquinamento causato da oli e idrocarburi dei macchinari, la contaminazione del suolo e del sottosuolo da esplosivi, l’alterazione delle condizioni climatiche locali, la modifica degli habitat della flora e fauna autoctone, l’abbandono dei rifiuti, la proliferazione di cave dismesse e il rischio di smaltimenti illegali, tanto per citarne alcuni.
Materiali rinnovabili: costruire riducendo l’impatto ambientale
Al contrario, l’impiego di materiali rinnovabili in ambito edilizio riduce significativamente l’impatto ambientale. Un esempio emblematico è il legno, che a livello globale come risorsa vegetale, è stato stimato in circa tremila miliardi di alberi. Il legno è una risorsa naturale rinnovabile, in grado di soddisfare esigenze strutturali, adatto alla definizione dell’involucro edilizio, per il suo isolamento, il rivestimento e la copertura, senza comportare una trasformazione irreversibile dell’ambiente in cui cresce.
In Lombardia, ad esempio, il prelievo annuale di alberi per diversi utilizzi è inferiore al 20% dell’incremento naturale della massa legnosa. Ciò dimostra come il legno può essere utilizzato su larga scala, rimanendo costantemente disponibile come risorsa. Se le foreste fossero tutte gestite secondo criteri di sostenibilità, si garantirebbe una risorsa rinnovabile a ciclo continuo nel tempo.
Progettare un edificio, un quartiere, una città, rappresenta dunque un atto di grande responsabilità che richiede al progettista la capacità di prevedere gli effetti materiali e ambientali delle proprie scelte sull’ecosistema e sul contesto di riferimento. Il progetto prende forma proprio a partire dalla selezione dei materiali che lo compongono, e che possono incidere direttamente sul benessere degli individui, della collettività e sull’equilibrio dell’intero ecosistema.
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