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  • : I bonus casa costano 2 miliardi di euro allo Stato

    : I bonus casa costano 2 miliardi di euro allo Stato

    16/10/2025 – I bonus edilizi generano una spesa pubblica media di 14 miliardi di euro annui ma, grazie agli effetti su valore aggiunto, imposte e contributi, il costo netto scende a meno di 2 miliardi di euro.
     
    È il dato che emerge da una analisi del Centro Studi della Fondazione Geometri Italiani, presentata nei giorni scorsi durante il convegno “Sviluppo economico e sostenibilità ambientale: tra cambio di rotta e strategie in evoluzione”, organizzato in collaborazione con il Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati e Cassa Geometri.
     
    Il punto chiave è il moltiplicatore 3,3: ogni euro investito genera ricadute dirette, indirette e indotte sull’economia nazionale. Dentro questo quadro, la proposta di confermare nel 2026 il Bonus Casa al 50% sulla prima casa e al 36% sulle altre si colloca come scelta di policy orientata alla stabilità, con misure mirate per la povertà energetica e un sistema di monitoraggio e semplificazione per evitare nuove distorsioni.
     

    I bonus edilizi costano solo 2 miliardi di euro allo Stato

    L’analisi, basata su due metodologie rigorose e complementari, evidenzia come lo Stato possa continuare a sostenere questi processi con un costo relativamente contenuto e che produce effetti moltiplicatori significativi sull’economia nazionale.
     
    Lo studio ha adottato la metodologia della Fondazione Nazionale dei Commercialisti, che analizza l’impatto completo dell’investimento, e il modello analitico ANCE, basato su un’analisi dettagliata dei costi e dei ricavi fiscali e contributivi.
     
    Ricordiamo che la Fondazione Nazionale Commercialisti nel 2023 ha condotto uno studio di questo tipo sul Superbonus 110% calcolando un impatto positivo sulle finanze pubbliche. Ancora prima, nel 2022, l’ANCE affermava che il saldo del superbonus era nettamente positivo perché il 47% della spesa tornava come maggiori entrate.
     
    Entrambe le metodologie – spiegano oggi i Geometri – concordano su un quadro positivo: con una spesa media annua di circa 14 miliardi di euro per bonus fiscali, lo Stato ottiene ritorni significativi che riducono il costo netto dell’intervento a meno di 2 miliardi annui.
     
    La simulazione stima:
    – un valore aggiunto economico che supera i 16 miliardi di euro (metodologia Fondazione Commercialisti);
    – un saldo fiscale netto positivo per lo Stato compreso tra 320 milioni e 1,2 miliardi di euro (modello analitico ANCE), a seconda che si considerino solo gli effetti diretti o si includano anche gli effetti indotti;
    – il gettito fiscale e contributivo complessivo deriva da imposte dirette, IVA, contributi previdenziali, e si accompagna a una forte attivazione di salari e consumi interni.
     

    Bonus edilizi e moltiplicatori economici

    Un aspetto fondamentale evidenziato nello studio riguarda l’importanza dei moltiplicatori economici, che misurano l’effetto moltiplicativo degli investimenti in edilizia sull’intera economia nazionale.
     
    Nel caso specifico dei bonus edilizi, ogni euro investito nella riqualificazione edilizia e nella rigenerazione energetica degli edifici genera una ricaduta di circa 3,3 euro complessivi. Questo effetto deriva dalla somma di impatti diretti sui cantieri, indiretti sulle imprese fornitrici e indotti dai consumi delle famiglie e dei lavoratori coinvolti.
     
    L’adozione di questi incentivi non si limita quindi a sostenere il settore edilizio, ma si traduce in un importante stimolo per l’economia italiana, con conseguenti aumenti di valore aggiunto, occupazione e gettito fiscale che superano in molti casi il costo diretto per lo Stato.
     

    Riflessi fiscali dei bonus edilizi

    Il modello analitico ANCE dettaglia la composizione dei costi degli interventi, che include materiali, manodopera, progettazione e oneri di sicurezza. Circa il 34% dei costi è destinato a salari e stipendi netti, che generano un consistente gettito fiscale e contributivo (INPS, INAIL, IRPEF) stimato oltre i 3,3 miliardi di euro.
     
    Il gettito IVA, oltre a essere generato direttamente sulle spese per i lavori, si estende indirettamente ai consumi indotti dai redditi, con un’incidenza stimata del 15,2%, arrivando a produrre ulteriori centinaia di milioni in entrate per lo Stato.
     
    Gli interventi con aliquote più elevate, ipotizzate al 55% e 65% per le famiglie in povertà energetica, comportano un costo fiscale aggiuntivo per lo Stato inferiore ai 2 miliardi di euro annui complessivi e significativamente inferiore rispetto ai 13 miliardi spesi all’avvio del Superbonus 110%.
     
    Inoltre, il gettito derivante dagli interventi al 36% potrebbe parzialmente compensare le minori entrate dagli interventi maggiormente agevolati destinati alle famiglie vulnerabili, contribuendo a un bilanciamento sostenibile nel bilancio pubblico.
     
    Infine, le risorse eventualmente necessarie per sostenere in modo dedicato le famiglie in povertà energetica potrebbero essere integrate con strumenti complementari, come il sostegno alle comunità energetiche, per migliorare ulteriormente l’efficacia complessiva delle politiche di sostenibilità.
     

    Strategie operative per le famiglie in povertà energetica

    Nel quadro di un orizzonte di policy stabile, lo studio della Categoria delinea un insieme di strategie operative che potrebbero essere attuate dal 2025 al 2030 e oltre:
     
    – Programmazione stabile e pluriennale: garantire una coerenza temporale e normativa, evitando instabilità che possono generare bolle speculative come quelle del Superbonus.
     
    – Sistema di monitoraggio e verifiche: attuare controlli trasparenti e periodici sui costi, i risultati energetici e gli effetti sociali, per ridurre rischi di abusi.
     
    – Semplificazione normativa e amministrativa: semplificare i processi di accesso agli incentivi, specialmente nei condomini, e rendere più accessibili le procedure di cessione del credito.
     
    – Focus sulle fasce vulnerabili: adottare misure di sostegno che prevedano incentivi fiscali mirati, sconti in fattura, accesso facilitato al credito e politiche di accompagnamento.
     
    – Gestione trasparente e condivisa: coinvolgere professionisti qualificati e istituzioni con modelli di controllo condiviso, per evitare abusi e uso distorto delle risorse.
     
    Questi approcci, condivisi e adottati in modo coordinato, consentirebbero di realizzare un rinnovamento edilizio, sostenibile e socialmente equo, riducendo i rischi di bolle speculative.
     

    Novità sul Bonus Casa al 50% per il 2026

    Il Governo sta lavorando per mantenere la detrazione al 50% per le ristrutturazioni della prima casa anche per l’intero 2026, superando l’ipotesi di riduzione al 36% prevista nella Legge di Bilancio 2025. Questa scelta è volta a favorire investimenti sostenibili per famiglie e imprese e sostegno alle situazioni di povertà energetica.
     
    Si sta inoltre valutando la possibilità di ridurre il periodo di recupero della detrazione fiscale da 10 a 5 anni, per rendere il beneficio più immediato e accessibile ai contribuenti. Per le seconde case, invece, è in discussione una riduzione della detrazione all’intervallo tra 30% e 36%.
     
    Questa proroga confermerebbe la rilevanza del Bonus Casa al 50% come leva fondamentale per la transizione energetica e la riqualificazione edilizia delle nostre città, in linea con le analisi di impatto economico e fiscale presentate dalla Fondazione Geometri Italiani.
     
    Diego Buono, presidente Fondazione Geometri Italiani e Cassa Geometri, e Paolo Biscaro, vice-presidente Fondazione Geometri Italiani e presidente Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati, dichiarano:

    “Il percorso di efficientamento energetico e di rigenerazione edilizia rappresenta una sfida centrale per il futuro del nostro Paese, non solo per il ruolo che il settore ha nell’economia, ma anche per l’impatto sociale e ambientale determinante come categoria siamo pronti a mettere a disposizione competenze, professionalità e rigore metodologico per attuare politiche sostenibili e concrete, evitando fenomeni speculativi e garantendo risultati duraturi. Solo con un approccio programmato, trasparente e integrato, che tenga conto delle diverse esigenze territoriali e sociali, potremo davvero contribuire a un futuro più equo e resiliente”.

  • : Posto auto, quando spetta la detrazione fiscale

    : Posto auto, quando spetta la detrazione fiscale

    11/06/2026 – Le detrazioni fiscali per la costruzione di autorimesse e posti auto pertinenziali spettano solo quando il manufatto è correttamente qualificato nei documenti edilizi e catastali. Il vincolo con l’abitazione deve risultare dal titolo edilizio e il bene deve essere accatastato nella categoria C/6, propria di rimesse e autorimesse.

    Con la risposta a interpello n. 118/2026, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito quali verifiche devono essere svolte prima di considerare detraibili le spese.

    L’uso effettivo del manufatto come parcheggio non basta a dimostrare il diritto al bonus.
     

    Il caso: capanna in legno su cortile comune

    Il caso riguarda la realizzazione nel 2025 di una capanna in legno su un cortile comune, utilizzata, secondo quanto specificato nell’istanza, come posto auto a servizio dell’abitazione principale.

    Il contribuente ha sostenuto i costi dell’intervento, comprese progettazione, IVA, spese amministrative e altri oneri connessi, e ha chiesto la detrazione prevista dall’articolo 16-bis del TUIR per i posti auto pertinenziali.

    La documentazione presenta però due criticità:
     

    • la licenza edilizia non indica la destinazione a posto auto né il vincolo di pertinenzialità con l’abitazione;
    • il manufatto risulta accatastato in categoria C/2, relativa a magazzini e locali di deposito, con autonoma rendita catastale.

    A sostegno della richiesta, il contribuente ha prodotto una dichiarazione tecnica sull’utilizzabilità della capanna come parcheggio e sul collegamento funzionale con l’abitazione, richiamando anche la rilevanza del bene come pertinenza ai fini dell’imposta municipale.

    Secondo la sua tesi, questi elementi avrebbero consentito l’accesso alla detrazione del 50% anche senza un riferimento espresso nel titolo edilizio.
     

    Detrazioni fiscali per posti auto, cosa prevede la norma

    L’articolo 16-bis del TUIR riconosce una detrazione IRPEF per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio realizzati su parti comuni di edifici residenziali e su singole unità immobiliari abitative, comprese le pertinenze. La detrazione è ripartita in 10 quote annuali di pari importo.

    Per le spese sostenute nel 2025 e nel 2026, la detrazione ordinaria è pari al 36%, entro il limite massimo di 96.000 euro per unità immobiliare. L’aliquota sale al 50% quando le spese riguardano l’abitazione principale e sono sostenute dal proprietario o dal titolare di un diritto reale di godimento. Nel 2027, la detrazione ordinaria scende al 30%; per gli interventi sull’abitazione principale è pari al 36%.

    In linea generale, gli interventi agevolabili devono riguardare edifici esistenti, ma la realizzazione di autorimesse o posti auto pertinenziali costituisce una eccezione, in quanto il beneficio può riguardare anche un nuovo manufatto, purché destinato a parcheggio pertinenziale di un’unità abitativa.

    Proprio questa eccezione richiede però una verifica puntuale. Il posto auto deve essere giuridicamente e catastalmente riconoscibile come tale. La destinazione d’uso dichiarata dal proprietario, da sola, non è sufficiente per l’ottenimento del bonus fiscale.
     

     

    Vincolo pertinenziale e categoria C/6: i due requisiti decisivi

    L’Agenzia richiama la circolare n. 17/E del 26 giugno 2023, secondo cui la detrazione per la realizzazione di parcheggi pertinenziali è ammessa quando esiste o viene creato un vincolo di pertinenzialità con un’unità immobiliare abitativa.

    Questo vincolo deve risultare dalla concessione edilizia, che autorizza l’intervento. Nel caso esaminato, la licenza edilizia non specificava che il parcheggio era a servizio dell’abitazione e non qualificava la capanna come posto auto.

    L’altro requisito riguarda il Catasto. Le autorimesse rientrano nella categoria C/6, attribuibile a stalle, scuderie, rimesse e autorimesse, mentre la categoria C/2 riguarda magazzini e locali di deposito. Un manufatto censito come C/2, pertanto, non può essere considerato autorimessa o posto auto ai fini della detrazione per parcheggi pertinenziali.

    La rendita catastale autonoma della capanna non cambia l’esito, perché il problema non riguarda l’esistenza di un’unità catastale autonoma, ma la sua classificazione. Per l’Agenzia, la categoria C/2 colloca il bene tra i depositi e impedisce di trattarlo come autorimessa ai fini dell’articolo 16-bis, comma 1, lettera d), del TUIR.
     

    Perché la detrazione è stata esclusa

    L’Agenzia delle Entrate ha così negato la detrazione in virtù della mancanza di entrambi i presupposti richiesti per i posti auto pertinenziali.

    Sul piano edilizio, la licenza non indicava la destinazione della capanna a posto auto e non riportava il vincolo con l’abitazione principale. La dichiarazione tecnica prodotta dal contribuente, infatti, attestava l’uso e il collegamento funzionale, ma non integrava il contenuto del titolo edilizio richiesto dalla disciplina fiscale.

    Sul piano catastale, la struttura risulta censita in categoria C/2, rendendola incompatibile con la qualificazione come autorimessa, categoria C/6. Anche se la pertinenzialità è riconosciuta ai fini dell’imposta municipale, resta distinta dai requisiti previsti per la detrazione IRPEF.
     

    Titolo edilizio, Catasto e pagamenti: cosa controllare

    La risposta n. 118/2026 ribadisce che la detrazione per autorimesse e posti auto richiede coerenza tra pratica edilizia, Catasto e documentazione fiscale.

    Prima di considerare agevolabile l’intervento, occorre verificare che:
     

    • il titolo edilizio descriva l’opera come posto auto o autorimessa indicando il rapporto pertinenziale con l’abitazione;
    • l’accatastamento sia coerente con la destinazione dell’opera, con categoria C/6 per posti auto e autorimesse, evitando classificazioni incompatibili come la C/2, riferita a magazzini e locali di deposito;
    • siano conservati i documenti relativi alle spese sostenute e ai pagamenti effettuati secondo le modalità previste dalla normativa fiscale.

    L’uso del manufatto come parcheggio assume rilievo fiscale solo se trova riscontro nei documenti che qualificano il bene come posto auto pertinenziale.

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  • : Ecobonus e Bonus Casa, portale ENEA riaperto

    : Ecobonus e Bonus Casa, portale ENEA riaperto

    26/06/2026 – Da ieri 25 giugno 2026 è nuovamente operativo il portale ENEA per l’invio delle schede descrittive relative agli interventi agevolati con Ecobonus e Bonus Casa iniziati dal 4 febbraio 2026.
     
    Con un avviso pubblicato sul proprio sito, ENEA ha comunicato l’aggiornamento del portale bonusfiscali.enea.it alle disposizioni del Dlgs 5/2026 e del DM 28 ottobre 2025 sui requisiti minimi degli edifici.
     
    L’aggiornamento consente di trasmettere le schede descrittive anche per gli interventi che, in attesa dell’adeguamento informatico, non potevano essere caricati sul portale perché avviati a partire dal 4 febbraio 2026.
     

    Perché il portale ENEA era stato bloccato

    Il blocco temporaneo riguardava le schede descrittive con data di inizio lavori dal 4 febbraio 2026. La sospensione era stata necessaria per adeguare il portale alle nuove disposizioni in materia di prestazione energetica e fonti rinnovabili.
     
    Le nuove disposizioni sono quelle del Dlgs 5/2026, in vigore dal 4 febbraio 2026, che recepisce la Direttiva RED III e aggiorna il Dlgs 199/2021, elevando il target nazionale di energia da fonti rinnovabili al 39,4% dei consumi finali lordi entro il 2030.
     
    Per il settore edilizio, il decreto aggiorna gli obblighi di integrazione delle fonti rinnovabili negli edifici, con nuove quote di copertura per nuove costruzioni, ristrutturazioni importanti e interventi sugli impianti termici.
     

    Rinnovabili negli edifici, cosa cambia con il Dlgs 5/2026

    Il Dlgs 5/2026 fissa al 40,1% l’obiettivo vincolante di copertura da fonti rinnovabili del fabbisogno energetico degli edifici.
     
    Per le nuove costruzioni e per gli interventi rilevanti, le fonti rinnovabili devono coprire il 60% del fabbisogno per acqua calda sanitaria e il 60% del fabbisogno complessivo dei servizi energetici, compresi riscaldamento e raffrescamento.
     
    Per le ristrutturazioni importanti di primo livello, la quota minima è pari al 40% del fabbisogno per i servizi di climatizzazione invernale ed estiva. Per le ristrutturazioni importanti di secondo livello viene introdotta una quota minima del 15%.
     
    Il decreto amplia quindi il campo degli obblighi, includendo anche tipologie di intervento che, in precedenza, non erano sempre interessate dall’integrazione obbligatoria delle fonti rinnovabili.
     

    Nuovo Decreto Requisiti Minimi, le novità tecniche

    L’aggiornamento del portale tiene conto anche del DM 28 ottobre 2025 sui requisiti minimi degli edifici, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 5 dicembre 2025 ed entrato in vigore il 3 giugno 2026.
     
    Il decreto aggiorna il DM 26 giugno 2015 e introduce nuove verifiche sulle prestazioni energetiche degli edifici, con particolare riferimento all’involucro, ai ponti termici, ai requisiti impiantistici e alle infrastrutture di ricarica dei veicoli elettrici.
     
    Tra le novità più rilevanti, per le ristrutturazioni importanti di secondo livello viene eliminata la verifica del coefficiente medio globale di scambio termico H’T, mentre restano le verifiche sulle trasmittanze dei singoli componenti edilizi interessati dall’intervento. Per le ristrutturazioni importanti di primo livello, invece, il valore limite di H’T diventa dinamico e varia in funzione della zona climatica e della percentuale di superficie vetrata dell’edificio.
     
    Il nuovo decreto introduce inoltre un approccio più articolato ai ponti termici: nelle ristrutturazioni importanti di secondo livello, la verifica della trasmittanza deve includere anche il loro effetto.
     

     

    Schede ENEA, come calcolare il termine di 90 giorni

    L’avviso ENEA chiarisce anche le regole per il calcolo del termine di 90 giorni entro cui inviare la scheda descrittiva.
     
    Per gli interventi con data di inizio lavori a partire dal 4 febbraio 2026 e data di fine lavori anteriore al 25 giugno 2026, i 90 giorni decorrono dal 25 giugno 2026, cioè dalla data di pubblicazione dell’aggiornamento del portale. Questa regola evita che il periodo di indisponibilità del sistema penalizzi contribuenti e tecnici incaricati della trasmissione.
     
    Per gli interventi con data di inizio lavori anteriore al 4 febbraio 2026, resta invece valida la regola ordinaria: il termine di 90 giorni decorre dalla data dichiarata di fine lavori. La stessa regola vale per gli interventi con data di fine lavori a partire dal 25 giugno 2026: in questo caso, i 90 giorni si calcolano dalla data di ultimazione dei lavori indicata nella scheda.
     

    Comunicazione ENEA, quando deve essere inviata

    In linea generale, la comunicazione ENEA deve essere trasmessa entro 90 giorni dalla data di fine lavori o, se previsto, dal collaudo.
     
    L’adempimento riguarda gli interventi che comportano risparmio energetico, miglioramento dell’efficienza energetica o utilizzo di fonti rinnovabili e che accedono alle detrazioni fiscali per Ecobonus e Bonus Casa.
     
    Attraverso la scheda descrittiva, ENEA acquisisce i dati tecnici degli interventi realizzati e può svolgere le attività di monitoraggio previste dalla normativa.
     

    Quale portale usare per Ecobonus, Bonus Casa e Superbonus

    Per Ecobonus e Bonus Casa, le schede descrittive devono essere trasmesse attraverso il portale bonusfiscali.enea.it.
     
    Il Superbonus segue invece una procedura separata: le asseverazioni relative agli interventi di efficienza energetica devono essere inviate tramite il portale dedicato al SuperEcobonus.
     
    La distinzione è importante perché, per Ecobonus e Bonus Casa, l’adempimento consiste nell’invio della scheda descrittiva dell’intervento, mentre per il Superbonus è richiesta l’asseverazione del tecnico abilitato sui requisiti tecnici e sulla congruità delle spese.
     

    Ricevuta ENEA e codice CPID

    Al termine della procedura, ENEA rilascia la ricevuta di trasmissione, identificata dal codice CPID, il Codice Personale Identificativo. La ricevuta, o la stampa della scheda descrittiva trasmessa, deve essere conservata dal contribuente insieme alla documentazione fiscale e tecnica relativa all’intervento.
     

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  • : Convenzioni tra enti: la delibera Anac

    : Convenzioni tra enti: la delibera Anac

    02/07/2026 – Le convenzioni tra enti pubblici finiscono sotto la lente dell’Anac che, con la delibera n. 219 del 10 giugno 2026, indica i confini entro cui una convenzione resta tale e quando si trasforma in un appalto di servizi che andrebbe affidato tramite gara. 

    L’assenza di un interesse comune tra le parti, il rimborso spese calcolato sul costo pieno del servizio, l’attribuzione di incentivi tecnici a personale esterno per attività ordinarie, il ricorso a un modello di committenza non autorizzato e il frazionamento degli incarichi sono tutte criticità che riqualificano l’accordo come appalto di servizi.
     

    Il caso: supporto tecnico tra agenzia regionale e Comune

    Il caso esaminato dall’Anac riguarda la convenzione tra un’agenzia strategica di una Regione del Sud Italia ed un Comune, per prestazioni di supporto tecnico su opere pubbliche.

    La convenzione copre ambiti eterogenei (edilizia scolastica, impiantistica sportiva, gestione rifiuti) con un impianto definito dall’Autorità come un “accordo quadro” privo di indicazioni puntuali sulle attività concrete da svolgere.
     
    Nell’istruttoria, l’agenzia regionale opera in sostituzione del Comune, agendo come esecutore esterno di prestazioni tecniche invece che come partner in una missione condivisa.

    La convenzione prevede inoltre il ricorso, da parte dell’agenzia, a operatori privati selezionati sul mercato tramite accordi quadro, per onorare gli impegni assunti verso l’ente locale.
     

    I requisiti per una convenzione tra enti legittima

    L’art. 15 della legge 241/1990 e l’art. 7 del d.lgs. 36/2023 sottraggono gli accordi di cooperazione tra pubbliche amministrazioni all’applicazione del Codice dei Contratti Pubblici, a condizione che ricorrano requisiti precisi:
     

    • soggettività qualificata – l’accordo coinvolge esclusivamente amministrazioni aggiudicatrici o enti aggiudicatori;
    • interesse pubblico comune – le parti perseguono un obiettivo che rientra tra i compiti principali di entrambe, in una convergenza sinergica tra le rispettive missioni istituzionali;
    • effettiva divisione di compiti – le amministrazioni ripartiscono le attività secondo un rapporto di equiordinazione, senza che una operi come fornitore esterno dell’altra;
    • assenza di remunerazione – i movimenti finanziari si limitano al ristoro delle spese sostenute, senza margini economici;
    • rispetto della concorrenza – l’accordo non incide su prestazioni economicamente contendibili sul mercato, evitando vantaggi indebiti per operatori privati.

     
    Gli atti che approvano l’accordo devono motivare analiticamente la sussistenza di ciascuno di questi elementi, con la previa definizione delle reciproche esigenze e delle soluzioni concordate tra le parti.
     

     

    Il rimborso spese riqualificato come corrispettivo

    L’Anac individua invece nel meccanismo economico dell’accordo un elemento sintomatico di una prestazione a titolo oneroso.

    La convenzione prevede il “ristoro” integrale dei costi sostenuti dall’agenzia, comprensivi di personale dipendente, personale a contratto, incentivi tecnici e spese generali.
     
    Un rimborso calcolato sul costo di produzione del servizio configura, secondo l’Autorità, un rapporto di dipendenza reciproca tipico dei contratti a titolo oneroso, disciplinato dall’art. 1321 del codice civile.

    La presenza o meno di un margine di utile è irrilevante ai fini della qualificazione; anche la sola copertura integrale dei costi può trasformare l’ente prestatore in un operatore economico. Principio affermato anche dalla Corte di Giustizia Europea, secondo cui è da escludere la possibilità di sottrarre alla gara prestazioni remunerate anche quando il corrispettivo non supera i costi sostenuti.
     
    La convenzione prevede inoltre anticipazioni sul prezzo e acconti collegati allo stato di avanzamento delle attività, dinamiche finanziarie proprie degli appalti di servizi a titolo oneroso, quando, per le prestazioni di natura intellettuale, come i servizi di ingegneria, il Codice dei Contratti vieta espressamente le anticipazioni.
     

    Incentivi tecnici solo per compiti straordinari

    La convenzione attribuisce al personale dell’agenzia regionale incentivi per funzioni tecniche previsti dall’art. 45 del d.lgs. 36/2023, ma l’Anac censura questa previsione per tre motivi.
     
    L’art. 45 costituisce una norma derogatoria rispetto al principio di onnicomprensività della retribuzione nel pubblico impiego:
     

    • la sua applicazione resta circoscritta ai soggetti indicati dalla legge e non si estende per analogia al personale di enti esterni;
    • le attività di supporto tecnico rientrano nella missione istituzionale ordinaria dell’agenzia, priva quindi dei caratteri di eccezionalità richiesti per l’incentivazione;
    • l’attribuzione degli incentivi al personale dell’agenzia, anziché al personale del Comune beneficiario che ha coordinato l’intervento, costituisce per l’Autorità un ulteriore indice della natura commerciale della prestazione.

     

    Il limite del 25% per le centrali di committenza

    L’unica quota di incentivo tecnico riconoscibile a personale esterno all’amministrazione titolare dell’intervento è quella prevista dall’art. 45, comma 8, del d.lgs. 36/2023, pari al 25% dell’importo complessivo. Questa quota riguarda il personale di centrali di committenza o stazioni appaltanti qualificate, per le sole fasi di programmazione della gara e affidamento.
     
    La quota non copre l’esecuzione del contratto né la progettazione dell’opera, distinta dalla progettazione della gara. Nel caso esaminato, la convenzione riconosceva l’incentivo per l’intero perimetro delle attività tecniche, superando i limiti previsti dalla norma.
     

     

    Aggregazione della committenza e frazionamento degli incarichi

    Per adempiere agli impegni assunti con la convenzione, inoltre, l’agenzia regionale affida sul mercato accordi quadro per servizi tecnici specialistici, selezionando operatori privati per conto del Comune beneficiario.
     
    L’Anac qualifica questa modalità come esercizio di funzioni di centrale di committenza, riservate a soggetti in possesso della relativa qualificazione ai sensi degli articoli 62 e 63 del Codice dei Contratti Pubblici.
     
    La delibera segnala inoltre profili di violazione del principio di rotazione e del divieto di frazionamento degli incarichi, entrambi collegati al superamento delle soglie comunitarie che imporrebbero procedure di gara più stringenti.
     

    L’alternativa dell’in-house orizzontale

    Per le attività dell’agenzia regionale che esulano dal proprio ambito istituzionale, l’Anac indica una via distinta dalla convenzione ex art. 15 della legge 241/1990: l’in-house orizzontale, disciplinato dall’art. 7, comma 2, del d.lgs. 36/2023.
     
    Lo schema si applica quando l’amministrazione aggiudicatrice affida direttamente lavori, servizi o forniture a un ente sottoposto, insieme all’affidante, al controllo analogo dello stesso soggetto pubblico, nel caso esaminato, la Regione.
     
    Ogni affidamento richiede un provvedimento motivato che dia conto dei vantaggi per la collettività, delle esternalità connesse e della congruità economica della prestazione. Per le prestazioni strumentali, la motivazione si considera sufficiente quando evidenzia vantaggi in termini di economicità, celerità o interessi strategici perseguiti.
     

    Le conseguenze per gli enti coinvolti

    La riqualificazione di una convenzione come appalto pubblico di servizi comporta l’obbligo di procedere tramite gara ad evidenza pubblica.
     
    Gli atti adottati in carenza di attribuzione, per eccesso rispetto alle competenze conferite dalla legge istitutiva dell’ente, risultano affetti da vizio di incompetenza e sono suscettibili di annullamento.
     
    Il pagamento di incentivi tecnici per compiti ordinari e il ricorso a un rimborso spese configurato come corrispettivo espongono l’ente a responsabilità per danno erariale davanti alla Corte dei Conti, secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza contabile richiamato dall’Anac.
     
    L’esercizio di funzioni di centrale di committenza in assenza della relativa qualificazione incide sulla legittimità degli atti di gara adottati per conto dell’ente beneficiario.
     
    Senza una revisione del modello operativo, gli enti coinvolti rischiano quindi l’annullamento dei rapporti in corso, contestazioni per danno erariale e ricorsi da parte degli operatori economici esclusi dal mercato.

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  • : Soluzioni efficaci per ridurre l’effetto isole di calore

    : Soluzioni efficaci per ridurre l’effetto isole di calore

    Le isole di calore urbane incidono in modo diretto sulla qualità climatica di piazze, percorsi pedonali, parcheggi, spazi scolastici e aree di sosta. In questi contesti, il surriscaldamento dipende non solo dall’accumulo di energia sulle pavimentazioni, ma anche dalla ridotta presenza di ombra, dall’impermeabilizzazione del suolo e dalla difficoltà di dissipare il calore nelle ore serali.

    Il progetto dello spazio aperto interviene su questi fattori attraverso la scelta dei materiali, l’inserimento di vegetazione, la gestione delle acque meteoriche e il controllo delle condizioni microclimatiche locali.

    Secondo il Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea, nelle aree urbane dense la temperatura dell’aria può risultare fino a 10-15°C superiore rispetto ai contesti circostanti più freschi.

    I rapporti ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sul consumo di suolo in Italia evidenziano gli effetti della sigillatura sulla regolazione microclimatica, sull’infiltrazione dell’acqua e sulla capacità del territorio di mitigare gli estremi termici. A questi si aggiunge inevitabilmente anche il consumo di suolo che continua a ridurre superfici agricole e naturali, con effetti sulla disponibilità di servizi ecosistemici nei sistemi urbani e periurbani.

    Verde integrato negli spazi pubblici contro l?isola di calore in Under the Pink Roof di Caret Studio - Borgo San Lorenzo / 2025 | © Foto: L. Zandri

    Verde integrato negli spazi pubblici contro l’isola di calore in Under the Pink Roof di Caret Studio – Borgo San Lorenzo / 2025 | © Foto: L. Zandri
     

    Perché le superfici urbane si surriscaldano?

    Il fenomeno delle isole di calore urbane dipende da fattori fisico-materici, morfologici e antropogenici. Le superfici scure e continue assorbono una quota elevata di radiazione solare. La densità edilizia, la continuità dei fronti e la ridotta ventilazione rallentano la dispersione del calore. Il traffico, gli impianti e i consumi energetici incrementano il carico termico locale.

    Negli spazi pubblici, questi fattori si traducono in condizioni ricorrenti: piazze molto esposte, percorsi asfaltati o cementizi, parcheggi privi di alberature, fasce laterali impermeabili, corti chiuse con ridotta circolazione d’aria. Il risultato è un aumento della temperatura superficiale e una diminuzione della qualità climatica dello spazio aperto.

    La scelta dei materiali richiede quindi attenzione a esposizione, uso, ombreggiamento, stratigrafia e permeabilità. Il colore da solo non descrive in modo sufficiente la prestazione termica di una superficie.

     

    Albedo, emissivita’ e SRI

    Tra i parametri più utilizzati per leggere il comportamento termico delle superfici ci sono albedo, emissività e SRI. L’albedo misura la quota di radiazione solare riflessa. L’emissività descrive la capacita’ di rilasciare il calore accumulato per irraggiamento. L’SRI sintetizza riflettanza solare ed emissività in un unico indice.

    Questi dati sono utili nella scelta di materiali per spazi esterni ad alta esposizione. La prestazione superficiale dipende da un insieme di fattori: riflettanza, emissività, massa, finitura, stratigrafia e condizioni d’uso. Il progetto delle superfici richiede quindi una lettura integrata dei parametri e del contesto applicativo.
     

    1. Pavimentazioni drenanti e cool pavements

    La pavimentazione drenante in calcestruzzo Listone Emiliano di Paver?, consente il passaggio dell'acqua piovana attraverso la superficie pavimentata

    La pavimentazione drenante in calcestruzzo Listone Emiliano di Paver?, consente il passaggio dell’acqua piovana attraverso la superficie pavimentata
     

    Le pavimentazioni incidono in modo diretto sul bilancio termico locale per estensione, esposizione e continuità. L’EPA (Environmental Protection Agency) definisce i cool pavements come materiali che riflettono una maggiore quantità di energia solare, favoriscono l’evaporazione dell’acqua e sono progettati per mantenersi più freschi rispetto alle pavimentazioni convenzionali.

    Lo stesso riferimento riporta che, in un test pilota in Arizona, l’asfalto convenzionale ha raggiunto temperature superficiali fino a 152°F nelle ore centrali della giornata, mentre le pavimentazioni cool sono risultate 10-16°F più fresche.

    Nello spazio pubblico, l’interesse per le pavimentazioni drenanti riguarda sia l’aspetto termico sia quello idraulico.

    La permeabilità favorisce infatti l’infiltrazione e la riduzione del ruscellamento. Soluzioni come Unical Drain Deep e i.idro DRAIN di Heidelberg Materials sono adatte a percorsi, aree di sosta e parcheggi in cui drenaggio e continuità d’uso devono essere coordinati.
     

    2. Ombra, vegetazione e acqua meteorica

    Alberature, filari e vegetazione raffrescano il microclima in Spoorzone Dordrecht di Mecanoo - Dordrecht / Paesi Bassi / 2040 | © Foto: Mecanoo

    Alberature, filari e vegetazione raffrescano il microclima in Spoorzone Dordrecht di Mecanoo – Dordrecht / Paesi Bassi / 2040 | © Foto: Mecanoo
     

    L’ombreggiamento modifica in modo diretto l’irraggiamento sulle superfici e sulle persone. Alberature, filari e vegetazione contribuiscono pertanto al raffrescamento del microclima attraverso l’evapotraspirazione.

    Alberi, tetti verdi e vegetazione riducono l’effetto isola di calore ombreggiando le superfici, deviando la radiazione solare e rilasciando umidità nell’atmosfera.

    Il rapporto tra verde e acqua meteorica è rilevante nella prestazione climatica dello spazio aperto. Rain garden, aree di bio-ritenzione e suoli drenanti favoriscono infiltrazione, garantiscono acqua per il verde urbano, risultando tra le strategie utili al contenimento delle isole di calore.

    Anche i dati del JRC confermano il ruolo delle infrastrutture verdi. In uno studio su oltre 600 città europee, gli alberi urbani hanno mostrato una riduzione media della temperatura dell’aria di circa 0,8°C, con picchi più elevati in contesti specifici.
     

    3. Parcheggi, margini urbani e superfici di transizione

    Parcheggi, aree di accesso, fasce laterali e spazi di transizione tra mobilità e permanenza rappresentano una quota rilevante delle superfici esposte al surriscaldamento. In questi contesti, pavimentazioni continue, assenza di alberature e bassa permeabilità aumentano la temperatura superficiale e riducono il comfort.

    Dal punto di vista progettuale, questi spazi richiedono il coordinamento tra superfici drenanti, fasce permeabili, ombreggiamento e limitazione dell’impermeabilizzazione continua. Nei sistemi modulari o nelle configurazioni che richiedono continuità d’uso e drenaggio, può essere richiamata una soluzione come Griglia Plus di Eterno Ivica.
     

    4. Tetti verdi e cool rooof

    Green roof e vegetazione contro l?isola di calore in Shenzhen Guangming Scientist Valley di Mecanoo - Shenzhen / Cina / 2023 | © Foto: Mecanoo

    Green roof e vegetazione contro l’isola di calore in Shenzhen Guangming Scientist Valley di Mecanoo – Shenzhen / Cina / 2023 | © Foto: Mecanoo
     

    Anche le coperture influenzano il microclima di corti, aree scolastiche, attrezzature collettive e comparti urbani ad alta densità. Le superfici esposte all’irraggiamento, infatti, contribuiscono al carico termico complessivo e incidono sulle condizioni di prossimità.

    I tetti verdi sono tra le strategie più in voga degli ultimi tempi, soprattutto per recuperare superfici verdi in contesti congestionati, dove spesso è difficile ricavarle. L’EPA indica che la temperatura superficiale dei tetti verdi può risultare fino a 56°F, circa 31°C, inferiore rispetto a quella di una copertura convenzionale.

    La progettazione di una copertura verde, però, richiede attenzione a stratigrafia, impermeabilizzazione, apparati radicali, manutenzione e verifiche strutturali. In questo ambito, membrane con additivi anti-radice come Derbigum GC AR, utilizzata nella copertura verde del ristorante Quisimangia di Mutti, rispondono a un’esigenza tecnica precisa di protezione del manto impermeabile.

    Soluzioni alternative, qualora sia impossibile configurare una copertura verde, come nel caso di strutture esistenti non convertibili, sono i cool roof, dove l’utilizzo di un rivestimento ad alto potere di riflessione, come Bioscud Fiber di Kerakoll, riduce la temperatura superficiale delle coperture e gli effetti dell’isola di calore locale.

    La qualità climatica dello spazio aperto dipende anche dalla durabilità della prestazione. Riflettanza superficiale, permeabilità, efficienza dei sistemi drenanti e capacità di ombreggiamento possono variare nel tempo per effetto di usura, deposito di particolato, manutenzione della vegetazione e condizioni di esercizio

    La valutazione delle soluzioni richiede quindi attenzione a compatibilità con il traffico, pulizia delle superfici drenanti, disponibilità idrica del verde e continuità delle prestazioni previste in progetto.
     

    Progetti e sperimentazioni per ridurre il fenomeno delle isole di calore

    Diverse sono le amministrazioni locali stanno già testando soluzioni mirate. A Philadelphia, per esempio, la città sta sperimentando pavimentazioni riflettenti per valutare la riduzione del calore urbano e l’effetto sul comfort negli spazi pubblici. La stessa fonte riporta che alcune aree vulnerabili possono registrare temperature fino a 30°F più alte rispetto ad altre parti della città.

    In Europa, il Covenant of Mayors richiama diversi casi applicativi. A Siviglia, il progetto Cartuja Qanat utilizza ombra, spazi di transizione e tecniche passive nel disegno dello spazio pubblico. A Rethymno, il primo intervento pilota di design bioclimatico, realizzato nel 2016, ha interessato un’area di 25.000 m² comprendente Iroon Politechniou Square, con l’impiego di compressed soils, cool pavers e pitture stradali fotocatalitiche.

    Nel contesto italiano, invece, oltre al corridoio verde di Pescara, abbiamo l’esempio di Piazza Mancini a Roma, analizzato nell’ambito del progetto Climactions come intervento di mitigazione dell’isola di calore e rigenerazione dello spazio pubblico con effetti su salute, vivibilità e qualità dello spazio aperto.

    Su questa linea si colloca anche MIRIFICUS, progetto presentato da ISPRA per il monitoraggio degli interventi di contrasto alle isole di calore urbane tramite osservazione satellitare. Il progetto mette a disposizione indicatori relativi a vegetazione, superfici e condizioni urbane utili alla pianificazione degli interventi.

    In tutti i casi citati, il contrasto all’isola di calore urbana non è mai il risultato di un singolo materiale, ma richiede coordinamento tra pavimentazioni drenanti, superfici a minore accumulo termico, ombra, vegetazione e gestione dell’acqua meteorica, oltre ad un’accurata manutenzione nel tempo.
     

    Crediti di produzione

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  • Digital Twin: entra nel Gruppo di Lavoro di IBIMI buildingSMART Italia

    Digital Twin: entra nel Gruppo di Lavoro di IBIMI buildingSMART Italia

    La trasformazione digitale del settore delle costruzioni sta evolvendo rapidamente oltre il BIM, verso modelli sempre più dinamici, connessi e orientati alla gestione dell’intero ciclo di vita degli asset. In questo scenario, il concetto di Digital Twin rappresenta uno degli sviluppi più strategici per il futuro del settore, consentendo di integrare modelli informativi, dati in tempo reale e processi decisionali in un ecosistema digitale interoperabile. Per rispondere a questa esigenza, IBIMI buildingSMART Italia presenta il nuovo Gruppo di Lavoro “Digital Twin”, con l’obiettivo di creare un punto di riferimento nazionale per lo sviluppo di metodologie, linee guida e casi d’uso dedicati all’applicazione dei Digital Twin nel settore delle costruzioni.

    Chi è IBIMI buildingSMART Italia

    IBIMI buildingSMART Italia, unica Associazione di professionisti BIM iscritta nei registri del Ministero delle Imprese e del Made in Italy ai sensi della Legge 4/2013 e Full Chapter italiano di buildingSMART International, rappresenta uno dei principali attori nazionali nella promozione dell’openBIM, dell’interoperabilità e dell’innovazione digitale nel settore delle costruzioni. L’Associazione riunisce professionisti, imprese, enti pubblici, università e stakeholder della filiera con l’obiettivo di favorire una trasformazione digitale concreta e condivisa del mercato.

    Per tradurre questi obiettivi in attività operative, IBIMI buildingSMART Italia ha sviluppato il Programma Standard, un modello organizzativo basato su Domini tematici e Gruppi di Lavoro. Il Programma ha l’obiettivo di produrre linee guida, report tecnici, best practices e strumenti operativi capaci di supportare l’evoluzione del settore verso processi più efficienti, interoperabili e sostenibili.

    I Domini rappresentano le principali aree di sviluppo della digitalizzazione delle costruzioni – dagli edifici alle infrastrutture, dai prodotti alle professioni, fino alle stazioni appaltanti e all’innovazione tecnologica – mentre i Gruppi di Lavoro costituiscono il motore operativo del Programma, coinvolgendo volontariamente esperti e organizzazioni nella produzione di contenuti e deliverable concreti per il mercato.

    Un’iniziativa per costruire un framework condiviso

    Negli ultimi anni il concetto di Digital Twin si è affermato a livello internazionale come naturale evoluzione del BIM, grazie alla possibilità di creare una rappresentazione digitale dinamica degli asset, alimentata da dati provenienti da sensori, sistemi IoT e piattaforme di gestione. Questa evoluzione consente di monitorare le prestazioni delle opere, simulare scenari, supportare le decisioni e ottimizzare la gestione lungo l’intero ciclo di vita.

    Nonostante il crescente interesse, in Italia manca ancora un riferimento metodologico condiviso che definisca terminologia, approcci operativi, livelli di maturità e casi d’uso applicabili al settore AECO.

    Il Gruppo di Lavoro “Digital Twin”, coordinato da Riccardo Tavolare, Responsabile del Laboratorio di Modellazione Architettonica ed Urbana del Politecnico di Bari, nasce proprio con l’obiettivo di colmare questo divario, favorendo il confronto tra professionisti, imprese, stazioni appaltanti, università, ricercatori e software vendor.

    Le attività del Gruppo saranno orientate allo sviluppo di linee guida operative, glossari condivisi e casi d’uso, attraverso un percorso collaborativo basato sull’analisi degli standard internazionali e sul confronto con le migliori pratiche del settore. Particolare attenzione sarà dedicata all’integrazione tra BIM e Digital Twin, all’interoperabilità dei dati, alla definizione di modelli di maturità e alla costruzione di un linguaggio comune che favorisca l’adozione di approcci coerenti e condivisi nel mercato italiano.

    Partecipa anche tu alle attività

    Come tutti i Gruppi di Lavoro del Programma Standard, anche il Gruppo Digital Twin si fonda sulla collaborazione volontaria tra professionisti, aziende, enti pubblici, università e stakeholder della filiera. L’obiettivo è costruire un patrimonio di conoscenze condivise che possa accompagnare il settore verso una gestione sempre più evoluta, interoperabile e data-driven del patrimonio costruito.

    Partecipare a un Gruppo di Lavoro significa contribuire direttamente alla definizione di linee guida e strumenti destinati ad avere un impatto concreto sul mercato, ma anche entrare in contatto con una rete qualificata di professionisti ed esperti provenienti da tutta la filiera delle costruzioni.

    La partecipazione è libera e su base volontaria. Le attività si svilupperanno nell’arco di circa dodici mesi attraverso incontri periodici online, tavoli tematici e momenti di revisione condivisa dei contenuti, con un impegno compatibile con le normali attività professionali dei partecipanti.

    Il risultato atteso è la realizzazione di Linee Guida sul Digital Twin in relazione al BIM che possano contribuire ad accelerare la diffusione di ecosistemi digitali interoperabili e orientati alla gestione intelligente degli asset.

    Per maggiori informazioni sul Gruppo di Lavoro e per iscriverti, visita la pagina web dedicata.

    Per eventuali dubbi o ulteriori richieste, scrivici a standard@ibimi.it

     

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  • OpenAI, Altman e il dividendo dell’IA: promessa politica o vera redistribuzione? | Articoli

    OpenAI, Altman e il dividendo dell’IA: promessa politica o vera redistribuzione? | Articoli

    La proposta attribuita a Sam Altman di assegnare al governo americano una quota di OpenAI, da trasformare in beneficio per le famiglie, appare più come una potente narrazione politica che come una misura già praticabile. L’idea del “dividendo dell’IA” intercetta un tema reale: se i modelli generativi si alimentano di dati, contenuti, lavoro cognitivo e infrastrutture collettive, una parte del valore prodotto dovrebbe tornare alla società. Ma il meccanismo resta ambiguo: quali famiglie riceverebbero il beneficio? In che forma? Con quali criteri? E chi governerebbe quella quota? Dentro la retorica trumpiana di una nuova ricchezza nazionale prodotta dalla tecnologia americana, i 300 dollari diventano più simbolo che politica pubblica. Il punto non è negare la redistribuzione, ma evitare che resti uno slogan mentre controllo dei dati, infrastrutture e profitti rimangono concentrati nelle mani delle Big Tech.


    L’IA come nuova promessa di ricchezza collettiva

    L’intelligenza artificiale generativa non è più soltanto una tecnologia. È diventata una questione industriale, geopolitica, energetica e, sempre più chiaramente, redistributiva. I grandi modelli linguistici si alimentano di infrastrutture fisiche imponenti — data center, reti elettriche, chip, sistemi di raffreddamento — ma anche di un capitale immateriale diffuso: testi, immagini, codice, dati, conoscenza, lavoro creativo e professionale prodotti da milioni di persone nel corso degli anni.

    È in questo spazio, ancora poco regolato, che si colloca la proposta rilanciata da Sam Altman: riconoscere ai cittadini una qualche forma di partecipazione alla ricchezza generata dall’IA. L’idea, in apparenza suggestiva, è semplice: se l’intelligenza artificiale produrrà un’enorme crescita economica, allora una parte di quel valore dovrà tornare alla società.

    Ma proprio qui nasce il problema. Perché una cosa è immaginare una politica pubblica strutturata, con regole, criteri, destinatari, governance, strumenti fiscali e meccanismi di controllo. Altra cosa è annunciare una promessa redistributiva generica, facilmente spendibile sul piano comunicativo, ma estremamente difficile da tradurre in pratica.

    Letta da questa prospettiva, l’idea del “dividendo dell’IA” sembra inserirsi perfettamente in una retorica politica di tipo trumpiano: l’annuncio forte, immediato, semplice da raccontare, capace di evocare una nuova America in cui tutti, grazie alla tecnologia nazionale, possono diventare un po’ più ricchi. Una sorta di versione digitale del sogno MAGA: l’industria americana dell’IA genera ricchezza, lo Stato ne prende una quota, le famiglie ricevono il beneficio.

    La domanda, però, è meno spettacolare e molto più concreta: quali famiglie? Con quali criteri? In quale forma? Con quali diritti? Con quale rapporto tra Stato, impresa privata e cittadini?

    Secondo l’articolo Your family’s $300 stake in OpenAI di James O’Donnell, pubblicato su MIT Technology Review il 6 luglio 2026, Sam Altman avrebbe discusso con il presidente Donald Trump l’ipotesi di assegnare al governo statunitense una quota del 5% di OpenAI.

    L’articolo osserva che la proposta non nasce oggi. Già nel 2021 Altman aveva immaginato una versione più radicale: un fondo alimentato dalle grandi imprese sopra una certa valutazione, destinato a redistribuire annualmente una parte della ricchezza ai cittadini americani. Nel 2026, però, l’idea sembra assumere una forma più mirata e politicamente spendibile: non tutte le grandi aziende, ma soprattutto le imprese dell’intelligenza artificiale.

    James O’Donnell sintetizza così la continuità della proposta: “Altman’s plan is old news”. L’idea, cioè, non è nuova, ma ritorna periodicamente come promessa di futuro: se l’IA creerà ricchezza straordinaria, quella ricchezza potrà essere condivisa.

    La proposta: il 5% di OpenAI e il calcolo dei 300 dollari

    Il dato più immediato è quello economico. Dopo il round di finanziamento di marzo, OpenAI sarebbe stata valutata 852 miliardi di dollari. Una quota del 5% varrebbe quindi circa 42,6 miliardi di dollari. Se questa cifra fosse distribuita direttamente tra circa 133 milioni di famiglie americane, ogni nucleo riceverebbe poco più di 300 dollari in equity.

    È una cifra simbolicamente efficace, ma politicamente ambigua. Perché 300 dollari non costituiscono una reale rete di protezione sociale, non compensano la possibile perdita di lavoro legata all’automazione, non risolvono il problema della remunerazione dei contenuti usati per addestrare i modelli e non definiscono alcun principio stabile di redistribuzione.

    Inoltre, la parola “famiglie” è tutt’altro che neutra. Nel linguaggio politico funziona benissimo: evoca sicurezza, classe media, radicamento sociale, promessa di benessere. Ma in una politica pubblica deve essere tradotta in criteri giuridici e amministrativi.

    Che cosa si intende per famiglia? Un nucleo fiscale? Una household statistica? Un singolo contribuente? Una coppia sposata? Un convivente? Una famiglia monogenitoriale? Un cittadino adulto indipendente? E cosa accade agli immigrati regolari, ai residenti non cittadini, agli studenti, agli anziani soli, ai senzatetto, alle persone che non rientrano nelle categorie fiscali più semplici?

    Queste domande mostrano subito la distanza tra slogan e implementazione. Dire “diamo una quota dell’IA alle famiglie americane” è comunicativamente potente. Costruire un dispositivo equo, verificabile e non discriminatorio è tutt’altra cosa.

    Narrazione MAGA o politica industriale?

    Il passaggio più interessante non è quindi la cifra in sé, ma la funzione politica della proposta. Il “dividendo dell’IA” racconta una storia molto precisa: l’intelligenza artificiale americana produrrà un’enorme ricchezza; il governo saprà intercettarne una parte; i cittadini riceveranno un beneficio; la leadership tecnologica degli Stati Uniti diventerà anche una promessa domestica di prosperità.

    È una narrazione perfettamente compatibile con l’immaginario MAGA. Non tanto nel senso stretto di uno slogan elettorale, ma nel senso più ampio di una politica fondata sulla promessa di restaurazione della potenza nazionale: riportare ricchezza, lavoro, industria, controllo e vantaggio competitivo dentro i confini americani.

    In questa prospettiva, OpenAI non è solo una società tecnologica. Diventa un simbolo industriale, quasi una nuova infrastruttura nazionale. E il cittadino non è solo utente o lavoratore esposto all’automazione: diventa potenziale beneficiario di una rendita tecnologica.

    Ma proprio questa impostazione rivela il limite della proposta. Se l’IA viene presentata come una macchina capace di arricchire tutti, si rischia di eludere le domande più scomode: chi controlla i modelli? Chi governa i dati? Chi paga l’energia dei data center? Chi subisce gli effetti occupazionali? Chi decide come si misura il valore generato dall’IA? E soprattutto: chi stabilisce il diritto dei cittadini a partecipare a quel valore?

    O’Donnell coglie bene questo punto quando scrive che “these plans currently function more as a story than a policy”. Oggi questi piani sembrano funzionare più come racconto che come politica pubblica. E forse è proprio questo il loro scopo: non definire subito un meccanismo operativo, ma convincere l’opinione pubblica che il boom dell’IA sarà abbastanza grande da poter essere condiviso.

    Il problema della compensazione dell’AI: dati, lavoro e contenuti

    La proposta di Altman ha comunque il merito di intercettare un problema reale.

    I modelli di intelligenza artificiale sono stati addestrati su enormi quantità di contenuti prodotti da esseri umani: libri, articoli, immagini, opere artistiche, codice, conversazioni, documentazione tecnica. In molti casi, gli autori non sono stati pagati direttamente per l’uso di quel materiale.

    Da qui nasce una possibile giustificazione del dividendo: se l’IA si alimenta di un patrimonio cognitivo collettivo, allora una parte del valore generato dovrebbe tornare alla collettività. È una tesi interessante, ma ancora fragile. Perché una redistribuzione indistinta alle “famiglie” non equivale a una remunerazione degli autori, dei professionisti, dei ricercatori o delle imprese editoriali che hanno prodotto contenuti di qualità.

    Anzi, qui emerge una contraddizione. Se il problema è l’uso del lavoro cognitivo umano, allora il beneficiario dovrebbe forse essere chi quel lavoro lo ha prodotto. Se invece il beneficiario è la popolazione nel suo insieme, allora il fondamento non è più la compensazione del lavoro, ma la gestione pubblica di una rendita tecnologica.

    Sono due logiche diverse. La prima riguarda il diritto d’autore, la proprietà intellettuale, la remunerazione dei contenuti e il rapporto tra piattaforme e produttori di conoscenza. La seconda riguarda fiscalità, redistribuzione, sovranità industriale e welfare tecnologico. Confonderle rende la proposta più suggestiva, ma anche meno precisa.

    👉 Il vero nodo non è se ogni famiglia riceverà 300 dollari, ma se l’IA verrà trattata come bene privato, infrastruttura strategica o nuova rendita collettiva.

    Il precedente dell’Alaska Permanent Fund: un paragone utile ma incompleto

    Altman si ispira all’Alaska Permanent Fund, creato negli anni Settanta per distribuire ai cittadini dell’Alaska una parte dei profitti legati al petrolio. Il parallelo è efficace sul piano comunicativo: una risorsa genera ricchezza, lo Stato ne trattiene una quota, i cittadini ricevono un dividendo.

    Ma il confronto regge solo fino a un certo punto. Il petrolio è una risorsa naturale, localizzata, fisicamente estraibile e destinata a esaurirsi. L’intelligenza artificiale è invece un sistema socio-tecnico: combina dati, infrastrutture computazionali, energia, capitale privato, ricerca, lavoro umano, contenuti e mercati globali.

    Nel caso del petrolio, la domanda era: come distribuire una parte della ricchezza generata da una risorsa naturale del territorio? Nel caso dell’IA, la domanda è più complessa: chi ha titolo per partecipare al valore generato da un sistema che apprende dalla produzione culturale, tecnica e linguistica dell’intera società?

    È qui che la promessa dei 300 dollari mostra il proprio carattere riduttivo. Non perché sia irrilevante immaginare forme di redistribuzione. Al contrario, il tema è cruciale. Ma perché una proposta seria dovrebbe misurarsi con la complessità giuridica, sociale e industriale dell’IA, non limitarsi a una traduzione quasi pubblicitaria: l’America costruisce l’IA, l’IA crea ricchezza, la ricchezza torna alle famiglie.

    Una lettura tecnica: l’IA come infrastruttura e come patto sociale

    Per i professionisti tecnici, il tema va oltre la cronaca americana. L’intelligenza artificiale si sta configurando come una nuova infrastruttura generale, al pari dell’energia, delle telecomunicazioni, della mobilità e delle reti digitali. Quando una tecnologia assume questa funzione, non basta valutarne le prestazioni: bisogna governarne gli impatti.

    La proposta Altman-Trump, se confermata nei termini riportati, segnala che il rapporto tra Stato e Big Tech sta cambiando. Lo Stato non è più soltanto regolatore esterno. Può diventare azionista, partner industriale, garante politico, mediatore del consenso, beneficiario di quote strategiche. È una trasformazione profonda, che riguarda la governance delle infrastrutture digitali e il controllo delle piattaforme che sempre più condizionano economia, lavoro, informazione e sicurezza.

    Per questo il dividendo dell’IA non può essere liquidato come semplice boutade. Anche quando è retorico, un annuncio di questo tipo rivela la direzione del dibattito: l’IA non viene più presentata soltanto come strumento di produttività, ma come fonte di rendita, potere e legittimazione politica.

    La questione, allora, non è se 300 dollari siano tanti o pochi. Sono pochi, evidentemente, se confrontati con le trasformazioni che l’IA promette o minaccia di produrre. La questione è se questa cifra serva a mascherare la mancanza di un vero disegno redistributivo, oppure se sia il primo segnale di una futura architettura di welfare tecnologico.

    Conclusione: dalla promessa alla governance

    L’idea di distribuire ai cittadini una quota della ricchezza generata dall’intelligenza artificiale è affascinante, ma oggi appare ancora difficile da realizzare in modo concreto, equo e stabile. Più che una politica compiuta, sembra una promessa: potente sul piano narrativo, fragile sul piano amministrativo.

    Ed è proprio qui che la lettura politica diventa inevitabile. Nella retorica trumpiana, l’annuncio conta spesso quanto, e talvolta più, del dispositivo. La promessa di una MAGA tecnologica — un’America che domina l’IA e ne redistribuisce i frutti ai cittadini — è efficace perché parla alla speranza di arricchimento, protezione e appartenenza nazionale. Ma una politica pubblica non può fermarsi alla suggestione.

    Serve chiarire chi sono i beneficiari, quali diritti acquisiscono, chi gestisce le quote, come si distribuiscono i rendimenti, quali obblighi hanno le imprese, quali tutele spettano ai produttori di contenuti e quale ruolo assume lo Stato nel rapporto con piattaforme private di dimensione quasi infrastrutturale.

    Il punto non è negare la necessità di redistribuire una parte del valore generato dall’IA. Al contrario, quella necessità diventerà sempre più urgente. Il punto è evitare che la redistribuzione resti una scenografia politica: un assegno simbolico promesso alle “famiglie” mentre il vero controllo del valore, dei dati, delle infrastrutture e delle decisioni rimane concentrato altrove.

    Se l’intelligenza artificiale sarà davvero una delle grandi infrastrutture economiche del XXI secolo, allora il suo dividendo non potrà essere solo uno slogan. Dovrà diventare una questione di governance democratica, di fiscalità, di diritti digitali e di responsabilità industriale.

  • Riforma delle Professioni tra consulenze e tirocini pagati: cosa cambia per ingegneri e architetti | Articoli

    Riforma delle Professioni tra consulenze e tirocini pagati: cosa cambia per ingegneri e architetti | Articoli

    Il DDL delega Riforma delle Professioni conferma, tra l’altro, il diritto al rimborso delle spese sostenute dal tirocinante per conto dello studio o del professionista ospitante e introduce per le professioni interessate un termine di prescrizione di cinque anni per l’azione di responsabilità. Introdotta tra le materie specifiche di competenza degli Albi anche l’attività di consulenza.

    Il disegno di legge di riforma delle professioni affida al Governo una delega ampia per il riordino degli ordinamenti professionali, incidendo in modo diretto sull’esercizio delle professioni tecniche. Il testo, attualmente all’esame del Senato e atteso al voto entro metà luglio, introduce principi destinati a ridefinire compensi, tirocinio, responsabilità professionale, attività riservate e libere, specializzazioni e formazione continua. La Commissione Giustizia di Palazzo Madama ha rafforzato alcuni passaggi chiave, chiarendo tutele economiche e assetti ordinamentali.


    Le principali novità dell’ultima versione del DDL Riforma delle Professioni

    La Riforma delle Professioni marcia spedita verso la votazione del Senato, che entro la metà del mese di luglio dovrebbe procedere con il primo ‘sì’ a un DDL delega molto atteso dalle professioni tecniche, visto che l’ultima legge in materia è datata 2012.

    L’A.S. 1663 – in allegato è disponibile il testo a fronte con le modifiche apportate dalla Commissione Giustizia di Palazzo Madama – ha integrato nella sua ultima versione alcune novità di rilievo assoluto, tra le quali attività di consulenza riconosciuta agli iscritti agli Albi, regole più mirate per le società di professionisti, rimborso spese e possibili compensi per i tirocinanti, prescrizione quinquennale per la responsabilità professionale.

    Ricordiamo che la delega riguarda un totale di 699.000 iscritti agli albi nazionali, tra i quali ingegneri e architetti.

    Compensi, rimborsi spese ed equo compenso

    Il DDL ribadisce la centralità della pattuizione del compenso come elemento essenziale del rapporto professionale, rafforzando il principio dell’equo compenso per le prestazioni rese nei confronti di soggetti forti. Tra i criteri direttivi rientra anche la possibilità di disciplinare in modo espresso i rimborsi spese, distinguendoli dal compenso vero e proprio. La Commissione del Senato ha confermato l’impostazione, chiarendo che tali regole dovranno trovare attuazione senza nuovi oneri per la finanza pubblica.

    Tirocinio e compensi per i praticanti

    Tra gli obiettivi della delega figura la revisione delle modalità di accesso alla professione, con particolare attenzione ai percorsi di tirocinio. Il testo prevede la possibilità di introdurre forme di riconoscimento economico del tirocinio, superando l’idea di una pratica esclusivamente gratuita. Le integrazioni della Commissione rafforzano il principio di tutela del tirocinante, demandando ai decreti attuativi la definizione di criteri omogenei e sostenibili.

    Consulenza professionale

    Il DDL Riforma delle Professioni ricomprende ufficialmente, nelle materia specifiche di competenza degli Albi, anche l’attività di consulenza.

    Responsabilità professionale e prescrizione quinquennale

    Un punto di forte interesse per i professionisti tecnici riguarda la responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione. Il DDL introduce, tra i criteri di delega, il riferimento a una prescrizione quinquennale, con l’obiettivo di rendere più certo il perimetro temporale dell’esposizione al rischio professionale. La Commissione ha confermato l’impianto, collegandolo al sistema assicurativo obbligatorio già previsto per gli iscritti agli albi.

    Attività riservate e principio delle attività libere

    Il provvedimento interviene sul delicato tema delle attività riservate, affermando in modo esplicito il principio delle attività libere non riservate, esercitabili anche al di fuori degli albi professionali. Per ingegneri e architetti ciò implica una ridefinizione dei confini tra competenze esclusive e mercato aperto, con l’obiettivo dichiarato di favorire concorrenza, qualità delle prestazioni e tutela dell’interesse pubblico.

    Specializzazioni e formazione continua

    Il DDL valorizza il tema delle specializzazioni professionali, prevedendo che possano essere riconosciute attraverso percorsi certificati e coerenti con la formazione continua. Su questo punto la Commissione ha introdotto una precisazione rilevante: i regolamenti dovranno includere anche moduli obbligatori su strumenti digitali e intelligenza artificiale, nonché sui relativi limiti deontologici, ampliando il ruolo degli ordini e delle fondazioni collegate.

    Società tra professionisti: le novità

    Con alcuni emendamenti approvati, la Commissione del Senato ha disposto che almeno i due terzi del capitale e dei diritti di voto dovranno essere detenuti da professionisti iscritti agli Albi, mentre la ripartizione degli utili dovrà avvenire in misura proporzionale alle rispettive quote di partecipazione.

    La delega dispone inoltre la soppressione della doppia contribuzione integrativa per i professionisti che svolgono l’attività all’interno di STP, cooperative o associazioni professionali, nonché per coloro che operano in via prevalente per un unico committente.

    Titoli di studio e professionisti già iscritti agli albi: clausola di salvaguardia

    Si prevede, infine, che in caso di futuro innalzamento dei requisiti di accesso a una determinata professione, tali requisiti non incideranno sulle competenze dei professionisti già iscritti agli albi. Insomma: niente effetti retroattivi per le riforme universitarie e similari.


    FAQ TECNICHE: DDL delega Riforma delle Professioni | Ingenio

    Il DDL Riforma delle Professioni introduce un compenso obbligatorio per i tirocinanti?

    Il disegno di legge non impone un compenso automatico, ma apre esplicitamente alla possibilità di riconoscimenti economici per il tirocinio. La delega supera il principio della pratica esclusivamente gratuita e demanda ai decreti attuativi la definizione di criteri omogenei, sostenibili e coerenti con le diverse professioni tecniche.

    Come cambiano i rimborsi spese per professionisti e praticanti?

    Il DDL distingue in modo più netto il rimborso delle spese dal compenso professionale. Per i tirocinanti viene confermato il diritto al rimborso delle spese sostenute per conto dello studio o del professionista ospitante, rafforzando le tutele economiche senza incidere sugli equilibri della finanza pubblica.

    Cosa comporta la prescrizione quinquennale della responsabilità professionale?

    La riforma introduce, come criterio di delega, un termine di prescrizione di cinque anni per l’azione di responsabilità professionale. L’obiettivo è ridurre l’incertezza temporale per ingegneri e architetti, rendendo più prevedibile l’esposizione al rischio e coordinando la disciplina con l’obbligo assicurativo già vigente.

    In che modo il DDL interviene sul tema dell’equo compenso?

    Il testo ribadisce la centralità dell’accordo sul compenso e rafforza il principio dell’equo compenso, soprattutto nei rapporti con committenti “forti”. La delega mira a evitare prestazioni sottopagate, chiarendo anche il trattamento dei rimborsi spese e rafforzando le garanzie economiche per i professionisti tecnici.

    Quali novità riguardano attività libere, consulenza e specializzazioni?

    Il DDL riconosce formalmente l’attività di consulenza come materia di competenza degli Albi e afferma il principio delle attività libere non riservate. Viene inoltre valorizzato il sistema delle specializzazioni, collegandolo alla formazione continua e includendo moduli obbligatori su digitalizzazione e intelligenza artificiale.


    IL TESTO DEL DDL DELEGA “RIFORMA DELLE PROFESSIONI”, CON LE MODIFCIHE APPORTATE DALLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO, E’ SCARICABILE IN ALLEGATO

  • Casette da giardino con elettricità: prese e alimentazione outdoor | Articoli

    Casette da giardino con elettricità: prese e alimentazione outdoor | Articoli

    Le casette da giardino elettrificate ampliano le funzioni degli spazi outdoor: il pannello opzionale delle Juno Hörmann integra prese per illuminazione, ricarica di e-bike, utensili e attrezzature per il verde, con versione a 220 V e configurazione per carichi di maggiore potenza.

    Le casette da giardino Juno integrano un pannello elettrico opzionale che permette di utilizzare lo spazio esterno non soltanto come deposito, ma come ambiente tecnico attrezzato per alimentare illuminazione, caricabatterie per e-bike, utensili e apparecchiature per la manutenzione del verde. Il produttore indica due configurazioni del pannello, tra cui una versione a 220 V e una destinata a utenze di maggiore potenza. La struttura della casetta è realizzata in acciaio e configurabile per dimensioni e geometria della copertura


    Casette da giardino con pannello elettrico: funzioni e utenze collegabili

    Gli spazi outdoor sono oggi sempre più parte integrante dell’abitare contemporaneo: ben più che semplici luoghi da organizzare, sono ambienti da vivere appieno e valorizzare con la stessa cura riservata agli interni. In questa nuova idea di comfort en plein air, cresce l’attenzione verso soluzioni capaci di rendere gli esterni ordinati e gradevoli, ma al contempo anche efficienti e attrezzati,
    in grado di rispondere in modo puntuale alle esigenze della quotidianità.

    La casetta da giardino Juno con pannello elettrico opzional.
    La casetta da giardino Juno con pannello elettrico opzional. (Hörmann)

    È in linea con questo trend la novità proposta da Hörmann: la casetta da giardino con pannello elettrico opzionale, progettato per portare l’alimentazione direttamente all’interno della struttura. Una soluzione che trasforma la casetta in un vero e proprio hub energetico, capace di alimentare diversi dispositivi, anche contemporaneamente, e supportare attività differenti, rendendo lo spazio ancora più versatile e funzionale. Tale quadro integra infatti più prese elettriche, utili a collegare sistemi di illuminazione da giardino, caricabatterie per e-bike, come anche tagliaerba e utensili per la cura del verde.

    Certificato VDE (associazione tedesca per le tecnologie elettriche ed elettroniche che definisce rigorosi standard di sicurezza e qualità), il pannello assicura un’alimentazione affidabile ed è disponibile in due varianti: una versione a 220 V, ideale per gli utilizzi più comuni, e una versione a corrente forte, progettata per il funzionamento in sicurezza di macchinari più potenti. La struttura plug-and-play ne consente infine un’installazione semplice e rapida, senza interventi complessi.

    LEGGI ANCHE: Casette da giardino in acciaio Berry Hörmann: perché il tetto a uno spiovente cambia estetica e funzione

    Sviluppate per offrire un’organizzazione efficiente dello spazio grazie a sistemi di scaffalature, supporti per attrezzi e soluzioni dedicate anche a biciclette e piccoli veicoli, le casette Juno si distinguono per un design contemporaneo e una struttura particolarmente robusta. Realizzate in lamiera d’acciaio zincata con doppio rivestimento coil-coating, sono resistenti agli agenti atmosferici, ai raggi UV e alla muffa, oltre a non richiedere manutenzione nel tempo.

    Disponibili in diverse configurazioni, dimensioni e colori, queste soluzioni rappresentano una proposta altamente personalizzabile, in grado di integrarsi in modo armonioso in ogni contesto architettonico e paesaggistico.

    In linea con una visione progettuale orientata anche alla sostenibilità, le casette Juno sono realizzate con materiali riciclabili e progettate per garantire un ciclo di vita lungo, contribuendo a ridurre l’impatto ambientale. Sono inoltre, come tutti i prodotti Hörmann per il residenziale, CO neutral, vale a dire che la quantità di CO₂ generata durante il loro ciclo di vita viene bilanciata da azioni di riduzione e compensazione delle emissioni attivate dall’azienda.

    Con l’introduzione del pannello elettrico, Hörmann compie un ulteriore passo nello sviluppo di soluzioni outdoor sempre più complete, confermando la propria visione di un abitare contemporaneo in cui funzionalità, comfort e qualità si integrano in modo concreto e duraturo.


    FAQ TECNICHE: Casette da giardino elettrificate e pannello per outdoor

    Che cos’è una casetta da giardino elettrificata?

    È una struttura outdoor dotata di un sistema di alimentazione che consente di utilizzare prese elettriche direttamente all’interno dello spazio. Nel caso delle Juno, il pannello opzionale è destinato ad alimentare dispositivi quali illuminazione, caricabatterie e utensili.

    In quali contesti può essere utile un pannello elettrico in una casetta da giardino?

    La soluzione è indicata per giardini residenziali e spazi pertinenziali nei quali la casetta venga utilizzata per ricovero di biciclette, attrezzature elettriche o utensili per il verde. Può inoltre supportare illuminazione e ricarica di dispositivi, riducendo il ricorso a prolunghe temporanee.

    Quali norme devono essere considerate per l’alimentazione elettrica?

    Per il collegamento all’impianto elettrico italiano occorre verificare l’applicabilità della CEI 64-8, relativa agli impianti utilizzatori in bassa tensione. I requisiti specifici dipendono da configurazione, modalità di alimentazione, posa dei cavi e condizioni ambientali.

    Quali vantaggi offre l’alimentazione elettrica integrata?

    Il principale vantaggio operativo è la disponibilità di energia nel punto di utilizzo. Questo consente di alimentare illuminazione, caricabatterie per e-bike, tagliaerba e altri utensili senza organizzare collegamenti temporanei ogni volta. Il beneficio reale dipende dal dimensionamento dell’alimentazione e dalle utenze previste.

    Il pannello può essere installato senza progettare il collegamento elettrico?

    La configurazione del prodotto è descritta come plug-and-play, ma questo non elimina la necessità di verificare il collegamento a monte, le protezioni, la messa a terra e l’idoneità dell’impianto esistente.

  • ASSORUP e ASSOBIM siglano un accordo di collaborazione

    ASSORUP e ASSOBIM siglano un accordo di collaborazione

    ASSORUP, l’Associazione nazionale dei Responsabili Unici del Progetto (RUP) e degli esperti di procurement che operano a supporto delle Stazioni Appaltanti, e ASSOBIM, l’Associazione nata per sostenere il processo di digitalizzazione dell’intera filiera delle costruzioni e promuovere la diffusione del BIM, hanno siglato un importante accordo di collaborazione interassociativa.

    I due organismi si impegnano a operare congiuntamente nella promozione di attività e iniziative rivolte ai professionisti della filiera delle costruzioni, alle Pubbliche Amministrazioni e agli operatori coinvolti nei processi di affidamento e gestione dei contratti pubblici, con l’obiettivo di favorire l’innovazione, la digitalizzazione e la qualificazione delle competenze.

    Scopo dell’accordo, sottoscritto dal Presidente di ASSORUP Avv. Daniele Ricciardi e dal Presidente di ASSOBIM Ing. Adriano Castagnone, è la definizione di una comune azione programmatica finalizzata a promuovere lo sviluppo tecnico e normativo del settore delle costruzioni, la diffusione della cultura digitale e l’adozione di metodologie innovative a supporto delle Stazioni Appaltanti e dei professionisti coinvolti nella realizzazione delle opere pubbliche.

    Le due associazioni collaboreranno per promuovere iniziative di studio sui problemi tecnici e organizzativi degli attori della filiera delle costruzioni, favorire la diffusione della cultura del progetto e della digitalizzazione del patrimonio immobiliare, organizzare forum, convegni, seminari e percorsi di formazione professionale, oltre a sviluppare azioni comuni nei confronti del mondo istituzionale, politico, economico e sociale per sostenere l’innovazione del settore in coerenza con le direttive europee e le migliori pratiche internazionali.

    Particolare attenzione sarà dedicata ai temi della qualificazione delle stazioni appaltanti, della maturità organizzativa delle amministrazioni pubbliche e dello sviluppo delle competenze necessarie per affrontare le sfide poste dalla trasformazione digitale e dall’evoluzione del quadro normativo degli appalti pubblici.

    L’accordo nasce in un contesto in cui la revisione del Codice dei Contratti Pubblici e l’attuazione degli investimenti previsti dal PNRR rendono sempre più strategico il rafforzamento delle competenze delle amministrazioni e l’adozione di strumenti digitali in grado di migliorare la qualità, l’efficienza e la trasparenza dei processi di programmazione, progettazione, affidamento e gestione delle opere.

    ASSORUP e ASSOBIM lavoreranno inoltre per favorire attività di ricerca e innovazione, sviluppare percorsi formativi rivolti a professionisti, imprese e Pubbliche Amministrazioni, promuovere la diffusione del BIM e delle metodologie digitali nei processi di procurement pubblico ed esplorare opportunità di partecipazione congiunta a programmi e progetti di finanziamento nazionali e internazionali.

    “Questa collaborazione rappresenta un passo importante verso una maggiore integrazione tra il mondo della digitalizzazione delle costruzioni e quello del procurement pubblico. Il BIM e, più in generale, i processi digitali costituiscono oggi strumenti indispensabili per migliorare la qualità delle opere, la trasparenza delle procedure e l’efficienza dell’intero ciclo di vita degli interventi. ASSOBIM è da sempre impegnata nella diffusione della cultura digitale; attraverso questo accordo intendiamo mettere a disposizione competenze, esperienze e strumenti per supportare l’evoluzione delle stazioni appaltanti e contribuire alla crescita di un settore delle costruzioni sempre più innovativo, collaborativo e competitivo”, ha dichiarato il Presidente di ASSOBIM, Ing. Adriano Castagnone.

    Il processo culturale in corso richiede un impulso decisivo affinché il BIM non venga percepito come un semplice strumento tecnologico. È per questo che l’intesa con ASSOBIM va ben oltre i confini di un protocollo formale. Il nostro obiettivo è promuovere una vera cultura della digitalizzazione, capace – con passione e competenza – di coinvolgere tutti gli stakeholder del settore. Solo attraverso una visione condivisa e un linguaggio comune possiamo trasformare la digitalizzazione in un vero motore di qualità e trasparenza per l’intero ecosistema degli appalti”, ha dichiarato il Presidente di ASSORUP, Avv. Daniele Ricciardi.